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Dal Trentino a Stoccolma: la storia di Giancarlo Simion

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Prosegue il nostro viaggio tra i giovani che hanno lasciato le Dolomiti in cerca di fortuna all’estero. Giancarlo Simion, originario di Primiero, in Svezia ha trovato una collocazione professionale, nuove prospettive di crescita e una dimensione di apertura e realizzazione difficile in molte altre zone

Giancarlo Simion, con i colleghi svedesi, è l’ultimo a destra

 

di Liliana Cerqueni

Stoccolma (Svezia) – Giancarlo Simion, non rinuncia però al sogno di tornare in Italia. Dopo aver frequentato l’ITIS L. Negrelli di Feltre – indirizzo Liceo informatico -, ha conseguito a Padova la laurea magistrale in Statistica e Finanza, passando anche attraverso un’esperienza Erasmus a Utrecht, in Olanda.

Attualmente lavori in Svezia, a Stoccolma. Scelta pianificata e destinazione voluta o casualità e circostanze?

Direi un po’ tutte e due. Appena laureato guardavo positivamente all’idea di un’esperienza lavorativa all’estero per poter conoscere un diverso ambiente lavorativo e culturale, oltre che per affinare un inglese ancora un po’ troppo accademico. Devo tuttavia ammettere che non mi dispiaceva neppure l’idea di rimanere in Italia. Avendo già alle spalle un tirocinio in una banca, la mia unica vera aspirazione era quella di ottenere un’indipendenza finanziaria, dopo essere stato di fatto a carico dei miei genitori per così tanti anni. Dopo un po’ di colloqui mi sono reso conto che sarebbe stato difficile trovarla senza un altro praticantato, così ho mandato dei curriculum principalmente in Europa centrale. Contemporaneamente ero in visita da mia sorella Marina che viveva e lavorava a Stoccolma, così ho colto l’occasione per mandare un paio di curriculum ad aziende locali, materializzatisi in colloqui e offerte nel giro di un paio di settimane.

Quali sono le tue esperienze di lavoro, prima della posizione attuale?

Al di là di qualche sporadica esperienza precedente, durante la stesura della tesi per la laurea specialistica ho portato a termine un tirocinio presso Cassa Centrale Banca a Trento. Una volta laureatomi, in attesa di un lavoro “tecnico”, ho passato la stagione turistica invernale lavorando come guida turistica e personal trainer presso un hotel in Primiero. Conclusa l’esperienza stagionale, in estate mi sono trasferito in Svezia e ho cominciato a lavorare presso CSG International, come sviluppatore software per una piattaforma B2B che si occupa di routing telefonico. A gennaio del 2018, cogliendo l’occasione per provare qualcosa di diverso e lavorando in un’azienda un po’ meno strutturata, ho cambiato lavoro, passando, sempre come sviluppatore e data scientist, in una start up che si occupa di digitalizzare il settore sanitario offrendo una piattaforma digitale, sempre B2B.

In cosa consiste il tuo lavoro attuale alla piattaforma digitale Doctrin?

Per capire meglio, partirei nel cercare di definire il progetto. L’obiettivo di Doctrin è quello di incrementare la facilità di accesso alla sanità e che contemporaneamente migliori la qualità del servizio offerto, rendendo i processi sia interni che esterni di una struttura medica più efficienti. Un paziente ha l’accesso a un questionario digitale che, una volta completato, consente al personale sanitario di avere una visione generale dei sintomi, facendo leva anche sull’archivio medico, in modo tale da poter avere una diagnosi più corretta in tempi tecnici più brevi.

Come in ogni start up, la definizione del mio lavoro e delle mie responsabilità è molto dinamica. È consuetudine, e non parlo solo personalmente, che ci si trovi costantemente a dover assumersi responsabilità per programmare particolari servizi. Passo la maggior parte del mio tempo a progettare ed implementare logiche (principalmente lato server), analizzare dati e fornire feedback sulle possibilità e miglioramenti futuri del prodotto.

Quali sono i vantaggi e le criticità che hai incontrato trasferendoti in Svezia per lavoro e prima a Utrecht in Olanda, da studente?

Avendo lavorato con colleghi provenienti da tutto il mondo, e avendo visto cosa devono passare tra visti, carte burocratiche e barriere culturali, sinceramente devo ammettere un po’ di vergognarmi a dire che ho incontrato criticità. Direi che il mercato del lavoro unico europeo ti consegna praticamente le carte in mano per poter lavorare in qualsiasi paese dell’eurozona, senza alcun problema. Trasferirsi a Stoccolma probabilmente comporta gli stessi sforzi di quelli che comporterebbe trasferirsi a Milano. A differenza dell’Italia, dove spesso le procedure e i documenti li si va a cercare dopo code in uffici e richieste di informazioni a conoscenti, in Svezia ti raggiungono direttamente sul tuo smartphone. Penso di essere stato fisicamente in un ufficio pubblico non più di tre-quattro volte da quando mi sono trasferito, e non conosco neppure lo svedese. La lingua e la cultura sono chiaramente diverse, ma sia nel settore in cui lavoro che nella vita quotidiana non ho mai avuto problemi con l’inglese. Stoccolma ha un’altissima percentuale di lavoratori provenienti dall’estero e quindi ovunque la conoscenza dell’inglese non è un’opzione. Oltre a queste considerazioni, sicuramente le maggiori criticità le ho risolte, da buon italiano, chiedendo consulenza a mia sorella… Riguardo l’esperienza a Utrecht, sebbene l’Erasmus abbia una nomea per essere una parco giochi, i primi due mesi ho avuto un po’ di difficoltà, principalmente perché il mio inglese era un po’ claudicante e perché i sistemi universitari del Nord Europa propongono un approccio molto meno accademico di quello italiano, richiedendo agli studenti una continua organizzazione in gruppi di lavoro e un coinvolgimento attivo durante i corsi. Un po’ un mix tra la scuola superiore e il mondo lavorativo.

Giancarlo Simion ha dominato la Primiero Dolomiti Marathon 2017

Tu sei anche un ottimo atleta. Quali sono i tuoi interessi sportivi e quali le tue esperienze nello sport che ricordi con più emozione?

Negli anni in cui ero studente, ho sempre praticato sport; principalmente orienteering e atletica leggera. Durante il periodo universitario posso dire di aver fatto atletica leggera per un paio di anni a livello semi-professionistico. Ho molti bei ricordi legati allo sport. Più che relativi ai risultati, sono sempre stato affascinato dal processo, sia fisico che mentale. Negli sport di resistenza il risultato è solamente l’effetto di un processo; non c’è nessuna componente magica. Non risulta strano quindi il fatto che i più bei ricordi che ho siano quelli legati alle prime esperienze (come la prima maratona corsa) e a quelle fatte in seguito circostanze particolarmente sfavorevoli (carenza di allenamento, periodo di stress, infortuni).

I Paesi del Nord Europa continuano realmente a rappresentare un modello di elevata qualità della vita per chiunque ci abiti, cittadini appartenenti e immigrati?

Sicuramente i paesi del Nord Europa e il loro modello improntato su una specifica versione di socialismo poi sfociato nel modello di welfare che tutti noi apprezziamo, trovando ottimi spunti sia dal modello continentale che da quello oltre oceano, ci offrono qualcosa da cui trarre ispirazione. La non discriminazione, l’attenzione per il bene comune e l’uguaglianza di trattamento, accompagnati dalla sinergia di un alto tasso occupazionale e di una pressione fiscale ultra-progressista, offrono un modello virtuoso, sia occupazionale che di sostegno a politiche di welfare, obiettivamente invidiabili. L’altro lato della medaglia secondo me è rappresentato dalla carenza di varietà di stili di vita, rispetto a quella che si può riscontrare, per esempio, in Italia. Può essere una peculiarità del mio settore, ma l’impressione che ho è che la cultura del lavoro sia basata molto sul rispetto delle idee degli altri e delle diversità, e non sul ruolo specifico che una persona ha all’interno dell’azienda o sulla sua provenienza. Il sistema lavorativo ha inoltre un’altissima attenzione verso tematiche come il benessere dei dipendenti e le situazioni famigliari, offrendo spesso flessibilità sugli orari e sottraendosi culturalmente dal modello restrittivo delle ore contrattuali. Anche questo spesso genera un circolo virtuoso generando una tipica situazione “win-win”.


Com’è la vita a Stoccolma, per i giovani come te?

Stoccolma è una città in costante evoluzione. Grazie anche alla presenza di moltissimi lavoratori provenienti dall’estero, devo dire che l’area metropolitana sta cambiando in maniera rapidissima. Dal punto di vista lavorativo, parlando del mio settore in specifico, la Svezia in generale ha puntato molto sul settore tecnologico. Inutile dire che la scommessa è stata decisamente vinta, a mio parere. Stoccolma è infatti diventata gradualmente uno degli hub europei principali per l’IT (Information Technology), attraendo talenti, investimenti e presentando al mondo storie aziendali come quelle di Spotify, Skype e King. Trovare lavoro nel settore non è assolutamente un problema. Premesso che vivere a Stoccolma senza avere un lavoro è proibitivo, fuori dalla vita lavorativa, la città offre tutto quello che si può richiedere da una capitale. Al contrario di quello che molti possono pensare, la qualità del cibo nei ristoranti è ottima (a differenza di Oslo e Helsinki). La città pullula anche di eventi culturali, musicali e ricreativi, concentrati soprattutto durante la stagione estiva. Sebbene non manchi nulla, penso comunque che Stoccolma non sia la miglior capitale europea per giovani, ma sono abbastanza convinto lo sia per famiglie (per via della cultura e della sicurezza).

Se ora potessi scegliere un Paese in cui trasferirti, quale sarebbe la preferenza? Torneresti in Italia o cercheresti posti più allettanti?

Bisogna distinguere cosa si intende per “posto allettante”. Dal punto di vista dello sviluppo di una carriera nel settore in cui mi trovo in questo momento, sicuramente la Svezia, come la maggior parte dei paesi europei ad esclusione di alcuni rimasti purtroppo fermi a tempi ormai passati, offre prospettive allettanti. Come per ogni cosa, va detto che non è tutto oro ciò che luccica. In qualsiasi paese ci sono I pro e i contro. Non ho intenzione di lavorare fuori dall’Europa e mi piacerebbe ad un certo punto rientrare in Italia, dove ho ancora i miei genitori e molti dei miei amici, ovviamente con la consapevolezza di cosa mi lascerò alle spalle, ma comunque con sguardo ottimista.

Progetti o desideri per il futuro, dal punto di vista personale e professionale?

Dopo aver trascorso quasi sei anni in Svezia, considero la mia esperienza abbastanza matura qui. Mi piacerebbe rimescolare un po’ le carte, e come già scritto non nego che vorrei rientrare in Italia, con tutte le incognite del caso. Mi piacerebbe poter utilizzare l’esperienza finora trascorsa per futuri progetti, sia personali che lavorativi. Personalmente non ho in mente nulla di particolarmente specifico, solo un pugno di idee e un po’ di sogni nel cassetto, ma mi reputo una persona che, come altre, non si illude troppo e spesso non si frustra di dover seguire la corrente per poi fare le eventuali valutazioni e cambiare direzione strada facendo, senza troppo allontanarsi, per avversione al rischio e attrazione allo status quo, dal letto del fiume.

Vivere in Svezia

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