Cgia Mestre: “No alla demonizzazione dei voucher”

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I voucher hanno rappresentato solo lo 0,3% del monte ore lavorate nel 2015

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NordEst – Nel 2015, ultimo dato disponibile, l’incidenza delle ore lavorate con i voucher è stata pari ad appena lo 0,3 per cento del monte ore complessivo nazionale del lavoro dipendente. Una percentuale, quella denunciata dall’Ufficio studi della CGIA,  insignificante che ridimensiona, dal punto di vista statistico, la demonizzazione alimentata in questi mesi  nei confronti dei voucher che da qualche anno disciplinano nel nostro Paese il lavoro occasionale e accessorio.

A fronte di 29 miliardi di ore lavorate nel 2015 da tutti i lavoratori dipendenti presenti in Italia, si stima che 1,3 milioni di persone circa siano state impiegate con i voucher per un numero di buoni-lavoro riscossi pari a 88 milioni. Quelli venduti, invece, ammontano a poco più di 115 milioni. Nei primi 9 mesi del 2016, invece, i voucher venduti hanno registrato un aumento del 34,6 per cento sul 2015. Il computo di quelli effettivamente riscossi per il 2016 non è ancora disponibile. Rapportando quest’ultimo importo al dato complessivo delle ore lavorate, emerge che l’incidenza dell’utilizzo dei voucher sul monte ore complessivo a livello nazionale è pari allo 0,31 per cento: sale allo 0,47 per cento nel Nordest, si allinea al dato medio nazionale nel Nordovest, scende allo 0,25 per cento nel Centro per attestarsi allo 0,21 per cento nel Mezzogiorno.

E come hanno ricordato nel comunicato congiunto del 28 dicembre scorso l’Istat, l’Inps e l’Inail, i quasi 88 milioni di voucher riscossi nel 2015 corrispondono  a circa 47.000 lavoratori annui (importo ottenuto dividendo gli 88 milioni di voucher utilizzati nel 2015 per le 1.879 ore medie lavorate in un  anno da un lavoratore dipendente con un contratto di lavoro full-time. Va ricordato che nel 2015 gli utilizzatori dei voucher sono state circa 1.300.000.) e rappresentano solo lo 0,23 per cento del costo del lavoro presente in Italia .

 “I voucher – afferma il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo – erano stati concepiti dal legislatore per far emergere i piccoli lavori in nero. Obbiettivo, purtroppo, fino a ora non raggiunto. Se in alcuni settori  è evidente che c’è stato un utilizzo del tutto ingiustificato di questo strumento, paradossalmente il fallimento dei voucher non è ascrivibile al loro abuso, ma,   al contrario, per essere stati utilizzati pochissimo in particolar modo al Sud, dove la disoccupazione è molto elevata e l’abusivismo e il sommerso hanno dimensioni molto preoccupanti. Eliminarli, quindi, sarebbe un errore. Vanno, invece, incentivati, limitandone l’utilizzo nei settori ad alto rischio infortunistico: come l’edilizia, i trasporti, il metalmeccanico e il legno”.

I dati regionali, infatti, ci dicono che l’incidenza delle ore lavorate con i voucher sul monte ore complessivo  è nettamente inferiore alla media nazionale in Calabria (0,13 per cento), in Sicilia (0,12 per cento), nel Lazio e in Campania (entrambe allo 0,11 per cento). Regioni, queste ultime, che hanno un tasso di disoccupazione che in alcuni casi supera  il 20 per cento e un’incidenza dell’economia sommersa dovuta al lavoro irregolare sul valore aggiunto regionale pari al doppio del dato medio registrato nel Nord. Tra le realtà che ne hanno fatto un maggiore utilizzo, invece, segnaliamo il Friuli Venezia Giulia (0,60 per cento), le Marche (0,58 per cento), la Sardegna (0,49 per cento), l’Emila Romagna (0,47 per cento) e il Veneto (0,46 per cento) .

Il 60,7 per cento dei buoni-lavoro utilizzati nel 2015 (pari a 53,4 milioni di tagliandi su un totale di 88 milioni di voucher riscossi) sono stati “consumati” dal terziario: in particolare nel settore degli alberghi-ristorazione (26,6 per cento del totale ), commercio (12,8 per cento) servizi alle imprese (7,7 per cento), servizi sociali (4,4 per cento), sanità (3,1 per cento) e trasporti (2,3 per cento).

Nel settore manifatturiero, invece, l’incidenza sul totale delle ore lavorate ha toccato il 12,4 per cento (pari a 10,8 milioni di voucher riscossi). L’utilizzo più importante è stato registrato nel comparto metalmeccanico (4 per cento).

Decisamente più contenuto il ricorso ai buoni-lavoro realizzato dalle imprese del settore delle costruzioni (2,4 per cento del totale pari a 2,1 milioni di voucher) e dell’agricoltura (1,8 cento del totale pari a 1,5 milioni di buoni). Da non trascurare, infine, il ricorso ai voucher da parte di artigiani e commercianti senza dipendenti. Questi lavoratori indipendenti hanno utilizzato  4,8 milioni di buoni-lavoro (pari al 5,5 per cento del totale) .

“In attesa di conoscere i dati relativi agli effetti registrati dopo l’introduzione della tracciabilità – dichiara il segretario della CGIA Renato Mason – prima di riformare questo strumento è indispensabile che la politica adotti un sistema di rilevazione serio in grado di fotografare correttamente questa realtà. I risultati di questa nostra analisi sono nettamente in contrasto con le tesi sostenute da molti addetti ai lavori che vorrebbero eliminare definitivamente i voucher. Posizioni, purtroppo, che si basano  su pregiudizi  di carattere ideologico che con la realtà evidenziata dai numeri hanno poco a che fare”.

Questi 1,3 milioni di lavoratori che nel 2015 sono stati impiegati in  piccole attività occasionali con i voucher a che categorie appartengono ? Secondo i dati Inps-Veneto

Lavoro, il 29 per cento (quasi 400.000) erano lavoratori occupati presso imprese private del settore non agricolo. Un altro 23 per cento era costituito da ex occupati (circa 320.000), mentre un 18 per cento (circa 250.000) era composto da persone percettrici di Aspi, MiniAspi o di Cig. Il 14 per cento era costituito da giovani (190.000), l’8 per cento, infine,  in entrambi i casi sia da pensionati (circa 110.000) sia da lavoratori domestici/autonomi (sempre circa 111.000).

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