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Chiara Bettega e la sua Spagna, tra natura e ambiente: lasciando le Dolomiti per la Cordigliera

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Un legame speciale con la natura e l’arte per la primierotta che insegue il suo sogno

Chiara Bettega segue da qualche tempo un importante progetto in Spagna

 

di Liliana Cerqueni

Mieres (Spagna) – A 38 anni, Chiara è innamorata dell’arte e della natura da sempre, una grande passione per la fotografia che, come diceva Henri C. Bresson, dovrebbe porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore.

Laureata in Scienze Naturali, Chiara Bettega lavora come tecnico faunistico in Spagna, nelle Asturie, tra fringuelli alpini, orsi bruni cantabrici e numerose altre specie di esemplari, abitanti della montagna. Ha lasciato le Dolomiti per la Cordigliera, sognando sempre di scorgere un pezzetto delle montagne di casa, nel paesaggio che vive ogni giorno.

Un legame speciale il tuo, con la natura e l’arte. Cosa significano per te e che peso hanno nella tua vita?
Quand’ero piccola mio nonno, allora guardaboschi in pensione, mi portava spesso a passeggiare nei boschi sopra Ormanico. E sempre il bosco era protagonista quando aiutavo, come potevo, mio padre a fare legna; mia madre, infine, per molti anni maestra di scienze, che a casa provava gli esperimenti da proporre poi in classe.

Tanti piccoli stimoli che hanno rappresentato quell’imprinting che credo poi, da quasi adulta, mi ha spinto nella scelta dell’università prima, e della carriera lavorativa in seguito. Quanto all’arte, è qualcosa che da sempre mi affascina, grazie anche ad un po’ di naturale predisposizione per cui “l’occhio” c’è e cerco di tenerlo allenato, oggi attraverso la fotografia. Nella natura ho trovato non solo l’oggetto del mio lavoro, ma anche – e senza inventare nulla, giacché la natura da sempre ispira gli artisti – una fonte di ispirazione artistica.

Come nasce la scelta di lavorare all’estero?
Dopo la laurea avevo voglia non solo di imparare il mio lavoro, ma anche di viaggiare, conoscere nuove realtà e perfezionare l’inglese. La prima esperienza fu in realtà di volontariato presso un centro di recupero della fauna selvatica in Grecia. Si trattò di una sorta di “trampolino di lancio” verso la successiva esperienza, questa volta lavorativa, in Devon (UK), dove per poco più di un anno ho lavorato con un’associazione che si occupa della conservazione e lo studio del barbagianni.

Ad essa è seguita un’altra parentesi di volontariato in Scozia. La prima esperienza in Spagna è arrivata per caso e quello che doveva essere un tirocinio di 3 mesi è diventato un lavoro come tecnico faunistico di quasi due anni presso la Estación Biológica de Doñana a Siviglia. Qui ho cominciato a capire meglio cosa avrei voluto fare da grande.

Lavorare all’estero oggi invece è stata una scelta quasi obbligata. Dopo l’esperienza di Siviglia, infatti, rientrai in Italia e la necessità di arrivare a fine mese prevalse sulla ricerca del mio lavoro, così per 5 anni ho lavorato in tutt’altro settore. L’offerta di lavoro nel progetto di ricerca della Dott.ssa Delgado è stata un treno che passava e che andava preso: per rientrare nel settore, per colmare il buco di 5 anni nel mio curriculum, per riprovare a costruirmi un futuro professionale.

Di cosa ti occupi attualmente?
Lavoro come tecnico per un progetto di ricerca sul fringuello alpino nella parte occidentale della Cordigliera Cantabrica (Spagna settentrionale). Faccio parte del personale della Unidad Mixta de Investigación en Biodiversidad (UMIB) della Università di Oviedo, unità che ha sede a Mieres, cittadina a una ventina di chilometri da Oviedo.

L’obiettivo del progetto è di contribuire a comprendere l’effetto del cambio climatico sugli ecosistemi di alta montagna, attraverso appunto lo studio di questa specie di passeriforme adattata a condizioni estreme come quelle caratterizzanti le montagne al di sopra dei 2000 metri. Il mio lavoro consiste nell’affiancare la ricercatrice responsabile del progetto nelle attività di monitoraggio e raccolta dati, attraverso la cattura di individui di fringuello alpino, che vengono dotati di trasmittenti che ne consentono di determinare la posizione ad intervalli prestabiliti oppure attraverso la tecnica del radiotracking.

Altre attività di cui ci occupiamo sono la ricerca di nidi e dormitoi e il monitoraggio di quelli già conosciuti, nonché i censimenti, e annotazioni degli eventuali avvistamenti della specie; nel nostro caso, lavorando in alta montagna, questo si traduce in chilometri e chilometri di dislivello durante una stagione di campo.

E’ un lavoro per me molto stimolante anche se spesso faticoso; è necessaria anche una certa flessibilità, in quanto molte volte le condizioni atmosferiche migliori si presentano durante il weekend, inoltre le ore migliori per catturare gli uccelli sono quelle dell’alba, il che significa sveglia alle 4.30. All’attività sul campo si aggiunge poi la parte d’ufficio, in cui preparo le basi di dati per le successive analisi statistiche, lavorando anche con software per analisi territoriali e sistemi geografici.

Le linee di ricerca sono varie, comunque sempre nell’ambito dell’ecologia e della conservazione. Si tratta perciò di un ambiente molto dinamico e stimolante e trattandosi di un gruppo tutto sommato piccolo, ci conosciamo tutti e condividiamo la pausa caffè o il pranzo; spesso poi studenti e dottorandi si organizzano per cene o piccole gite, alle quali di tanto in tanto partecipo, lavoro sul campo permettendo. Secondariamente collaboro anche con il gruppo di ricerca sull’orso bruno cantabrico (che ha sempre sede presso la UMIB), affiancando nei monitoraggi e nella gestione dei dati.

Radio tracking

Cosa ricordi di Scozia, Grecia, Inghilterra?
La Grecia ha il sapore del primo viaggio, del primo “salto nel vuoto”, quando scopri che ce la fai da solo; fu un’estate di duro lavoro ma anche di grande libertà e nuove scoperte. E’ stata un po’ un’estate addosso, per rubare le parole a Jovanotti.

In Scozia ho sempre sognato di andare, un’attrazione particolare mi spingeva là fin da piccola, quando mi emozionavo ascoltando le ballate tradizionali; viverci, pur se per un breve periodo, è servito ad alimentare questa emozione.

Tra i luoghi che non dimenticherò, posso ricordare la valle di Glen Coe o il Rest and be thankful pass. Di Edimburgo mi colpì la forte identità e l’atmosfera: è una città che riesce a trasmettere le stesse sensazioni che si ritrovano poi nella Scozia rurale.
Quanto all’Inghilterra, ho vissuto in Devon, nel sud-ovest della regione; con la vicina Cornovaglia condivide un paesaggio costiero spettacolare. Sono terre di artisti, di gente disponibile e molto legata alla natura.

Ricordo con un sorriso i mesi trascorsi a censire i barbagianni presenti nelle fattorie insieme al caro collega Paul, i weekend in Cornovaglia nella fattoria di Valentina e Alan o le passeggiate sotto la pioggia battente nel Dartmoor in compagnia di autoctoni convinti che “it’s a nice day to walk” (è una bella giornata per camminare).

Vuoi descrivere il luogo in cui abiti in Spagna e le attività nel tempo libero, la gente?
La regione in cui vivo, le Asturie, è prevalentemente montuosa e un po’ come tutto il nord della Spagna – e contrariamente al resto del Paese – è molto verde e piuttosto piovosa. E’ anche una regione affacciata sul mare, con un paesaggio costiero molto suggestivo, molto simile alle coste dell’Inghilterra sud-occidentale o dell’Irlanda. Una nota stonata in tutto questo è l’intenso sfruttamento minerario a cui molte valli asturiane sono state sottoposte in passato – e in alcune tuttora persiste l’attività mineraria – che ha portato alla costruzione di centri urbani destinati ad ospitare il maggior numero possibile di minatori, senza preoccuparsi molto dell’estetica.

Mieres, dove ha sede la UMIB, è un esempio in tal senso, e pur essendo una cittadina piuttosto vivace, non si può dire che sia bella. Un po’ per questo motivo, un po’ perché sono pur sempre primierotta di origine, ho preferito vivere in una piccola frazione a circa 8 chilometri, in una dimensione più rurale in cui ho uno spazio per coltivare l’orto, il vicino porta il suo cavallo a brucare l’erba dietro casa, ci sono boschi di castagni dove andare a camminare e facilmente si incontra qualcuno con cui scambiare due parole. Per andare al lavoro utilizzo la bicicletta o l’autobus.

In generale gli asturiani sono persone molto cordiali e disponibili, anche se più chiusi e riservati rispetto allo standard spagnolo (nonostante ciò, difficilmente utilizzano la forma di cortesia quando ti parlano, aggiungendo invece una serie di appellativi quali vida, cielo, corazón).

Nel tempo libero, quando non si organizzano gite, cene o serate al cinema con i colleghi di lavoro, esco a camminare e a fotografare, curo l’orto, oppure approfitto per visitare qualche città limitrofa o vado al mare. Lavorando spesso all’aria aperta, ed avendo pertanto più possibilità di vedere posti nuovi, mi godo anche i momenti di relax in casa.

Oggi è piuttosto difficile trovare una professione che corrisponda ai sogni e alle aspirazioni. Tu puoi dire di averla trovata?
Mi ritengo fortunata perché in questo momento riesco a fare ciò che mi piace e per di più senza dover fare i salti mortali per arrivare a fine mese. Sono però anche consapevole che la mia è una posizione temporanea – il progetto a cui lavoro scadrà a fine 2020 – e che questo è un settore con poco appeal. So cosa significa fare lavori di ripiego, adattarsi a ciò che non senti tuo e farlo comunque al meglio delle proprie capacità e per questo mi godo appieno questa fase, cercando di sfruttare al 100% le opportunità che mi vengono date e sperando ovviamente che ciò che sto costruendo ora siano le basi per qualcosa di solido e duraturo. Magari anche in Italia, perché non mi dispiacerebbe tornare un giorno.

La tua grande passione è il linguaggio dell’immagine. Puoi descrivere la tua attività fotografica, il tuo stile, la tua sensibilità e le tue preferenze?
Suppongo di aver iniziato a fotografare perché non ho mai imparato veramente a dipingere. Avevo un mondo di immagini e di colori dentro di me, che solo in parte riuscivo a liberare attraverso quel poco di abilità naturale che fin da piccola ho avuto.

Della fotografia mi sono quindi innamorata lentamente. A piccoli passi, quello che inizialmente poteva sembrarmi un ripiego è divenuta passione. Imparare a fotografare ha significato aprire una porta a quel mondo e ogni progresso, ogni nuovo esperimento che riesce, fanno uscire una parte di me.
Nascere in una piccola valle delle Dolomiti, studiare Scienze Naturali e viaggiare hanno sicuramente influenzato – e continuano a farlo – la mia fotografia, come l’incontro, sia personale che fotografico, con i fotografi Jordi Ferrando Arrufat e Carlo De Agnoi.

Negli anni la fotografia è diventata non solo paesaggio, non solo natura, non solo viaggio, ma una ricerca continua di un particolare, di una luce o di un colore che in quel preciso istante si connettono con il mio stato d’animo. Ogni volta la grande sorpresa è scoprire quanta bellezza ci circonda, nelle grandi come nelle piccole cose.

Qualche rimpianto per qualcosa che avresti voluto e al quale hai dovuto rinunciare?
Rimpianti veri e propri non ne ho, perché comunque ho sempre scelto liberamente. Certo mi accorgo che, rispetto a dieci anni fa, il muoversi deve avere ora un obiettivo più concreto e maturo, piuttosto che essere movimento fine a se stesso. Sento maggiormente il bisogno di mettere qualche radice in più, anche perché comunque condivido la mia vita con una persona che è qui in Italia e in Italia rimangono i miei affetti forti.

Lasciare i luoghi di origine per raggiungere ogni angolo del mondo è ormai comune. Come può essere vista e percepita la tua valle dall’esterno?
Paesaggisticamente parlando, non invento nulla se dico che Primiero è una perla preziosa. Ogni volta che finisce la gola dello Schener e la valle inizia ad aprirsi davanti ai miei occhi il respiro si blocca per una frazione di secondo. Non è solo il fatto che è il luogo dove sono cresciuta; Primiero è magnifica, punto e basta.

Detto ciò, ci sono ovvi limiti imposti dalla geografia del luogo. Tuttavia, aver vissuto in tanti luoghi diversi – compreso il paese in provincia di Vicenza dove vivo ora quando non sono in Spagna – mi ha fatto capire che il limite non lo pone il luogo, ce lo poniamo semmai noi stessi. D’altra parte viaggiare e ancor più vivere in altri posti aiuta ad aprirsi maggiormente non solo con gli altri ma anche con il nostro Io.

Immaginare Chiara Bettega arrampicarsi sulle montagne della Cordigliera e percorrere gli itinerari faunistici con competenza e passione, fa pensare a ciò che Jack Kerouak ebbe a dire:” Pensa che grande rivoluzione planetaria sarebbe se milioni di ragazzi di tutte le parti del mondo con i loro zaini sulle spalle cominciassero a girare per la natura!”

La cittadina di Mieres in Spagna
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