Primo Piano NordEst Valsugana Tesino Primiero Vanoi Belluno

A quando uno “spot d’autore” per promuovere il Trentino? (VIDEO)

Share Button

Continua il sodalizio professionale fra “l’autore della cinematografia” Vittorio Storaro e il regista Rachid Benhadj. Dopo aver collaborato assieme nei film “Mirka” e “Parfums d’Alger” i due cineasti si sono incontrati alcuni mesi fa per girare il corto pubblicitario natalizio commissionato loro da alcune importanti profumerie

[ Director Rachid Benhadj with author of the cinematography Vittorio Storaro – © courtesy of “Naïma” ]


di GianAngelo Pistoia

NordEst – Entrambi vivono nel Lazio: romano di nascita il primo, di adozione il secondo. Appartengono a due diverse generazioni: rispettivamente a quella della “ricostruzione” e a quella dei “baby boomers” accomunate però dall’impegno per le grandi battaglie sociali e le trasformazioni culturali degli anni Settanta. Sono dei “self made men” ovvero degli uomini che grazie alla propria tenacia, caparbietà e laboriosità sono riusciti ad affermarsi in ambienti competitivi quali sono il mondo del cinema e della televisione. Il loro modo di lavorare, di sperimentare, di creare stili è stato analizzato, studiato e talvolta anche imitato dai colleghi come si evince dagli articoli che molti media hanno dedicato loro e che di seguito ripropongo per ampli stralci. Desidero parlarvi di due persone apprezzate non solo in Italia ma soprattutto a livello internazionale: l’autore della cinematografia Vittorio Storaro e il regista Rachid Benhadj.

Il “mago della luce e dei suoi cromatismi” Vittorio Storaro

Il più conosciuto fra i due è sicuramente Vittorio Storaro. Nell’ambiente cinematografico basta pronunciare il suo soprannome, “mago della luce” e tutti capiscono di chi si parla. Appellativo appropriato; lo dimostrano i numerosi riconoscimenti che gli sono stati conferiti nel corso della sua carriera e fra i quali spiccano tre premi Oscar alla migliore cinematografia, vinti per i film “Apocalypse Now” di Francis Ford Coppola nel 1980, “Reds” di Warren Beatty nel 1982 e “L’ultimo Imperatore” di Bernardo Bertolucci nel 1988.

Vittorio Storaro nasce Roma nel 1940 da una famiglia di origini modeste. Frequenta, mantenendosi agli studi, dapprima l’Istituto Fotografico “Duca d’Aosta” e poi si diploma nel 1961 al prestigioso Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. A ventun anni esordisce, quale assistente operatore alla macchina, sul set del cortometraggio “Etruscologia” del regista Giancarlo Romitelli. Inizia così la sua avventura nel mondo del cinema. Da quel lontano 1961 ad oggi Vittorio Storaro ha curato la “fotografia” di oltre cento produzioni fra film, opere teatrali e televisive.

[ Poster of Vittorio Storaro’s films (Apocalypse Now – Reds – The Last Emperor) winners of 3 Oscars ]
Vittorio Storaro si schermisce quando viene chiamato sui set “direttore della fotografia”. «Non mi sono mai sentito a mio agio con la definizione di “direttore della fotografia”. Sin dai primi lavori ho sempre sentito il bisogno di esprimere la mia individualità, sia pure in un’opera comune come è quella cinematografica, ho sempre cercato una definizione diversa. Chi fa questo mestiere è co-autore dell’opera cinematografica, responsabile delle sue ideazioni. Il film è un’opera a più mani realizzata da una serie di co-autori e diretta dall’autore principale, che è il regista. Sono andato all’origine della parola “foto-grafia”, letteralmente scrittura con la luce, che è poi, guarda caso, il titolo della collana di libri che ho pubblicato con Electa – spiega Vittorio Storaro e prosegue – chi fa “foto-grafia” scrive con la luce la storia del film, come il compositore la scrive con le note, come lo sceneggiatore o lo scrittore la scrive con le parole.

Il linguaggio della luce e quindi di tutti i suoi componenti, ha una sua potenzialità, può esprimere sentimenti, emozioni, esattamente come le note di uno spartito o le battute di una sceneggiatura. Noi siamo dei “visionari”, deriviamo da una serie di visioni, dalla storia della pittura. Ma se un pittore racconta una storia in un’unica immagine, e anche per la fotografia pura e semplice è così, la “cinemato-grafia”, ed è questa l’espressione in cui maggiormente mi riconosco, ha invece qualcosa di più: il movimento. Si esprime attraverso un racconto, con un inizio, uno svolgimento e una fine. Quindi “scrivere con la luce” è raccontare una storia cinematografica attraverso la luce e tutti i suoi componenti. La luce – puntualizza Vittorio Storaro – mi permette di esprimere, attraverso un vocabolario o un’articolazione quella che è la grammatica visiva. Il colore è un ulteriore approfondimento, è una singolarità della luce: a secondo della propria natura e della propria vibrazione sul piano scientifico, attraverso la reazione del corpo umano, diventa una vera e propria emozione».

[ The author of the cinematography Vittorio Storaro in New York on the set of a Woody Allen film ]
A chi gli chiede perché ha scelto la luce anziché la parola per esprimersi e quali sono stati i suoi maestri, Vittorio Storaro risponde: «Io mi sento uno scrittore. C’è chi scrive con le note, chi con le parole e chi, come me, con la luce. Ho scelto questa professione probabilmente perché mio padre, che lavorava come proiezionista di pellicole, sognava di far parte di quelle immagini che proiettava. Lui ha spinto il suo sogno su di me ed io, in modo del tutto inconscio, ho iniziato questo cammino in seno alla parola magica “fotografia”. Prima mi sono appassionato al lato tecnologico della luce, poi ho scoperto che questa tecnologia era in secondo piano rispetto alla possibilità di raccontare. Nessuno mi aveva insegnato come dovevo utilizzare la conoscenza dei proiettori, della sensitometria, dell’elettronica, della fonica, dell’ottica. Ho tratto però grandi insegnamenti dalla filosofia greca, e poi dalla scuola pittorica di Michelangelo, Leonardo e Raffaello.

[ Director Bernardo Bertolucci behind the camera with Vittorio Storaro on the set of “The Conformist” (1970) © Album / Alamy Banque d’Images ]
Hanno anche influito sulla mia formazione e sul mio percorso professionale tre registi: Bernardo Bertolucci, Francis Ford Coppola e Warren Beatty. Con Bernardo Bertolucci c’è stato un rapporto di comprensione profonda, che ha riguardato sia i rapporti con l’esterno, sia l’inconscio e l’intuizione irrazionale. Un’affinità umana. Allo stesso tempo, Bernardo è stato anche una sorta di guida spirituale, che mi ha accompagnato in un tratto di vita importante, di scoperta di me stesso. Francis Ford Coppola mi ha portato invece ad abolire la distinzione tra il privato e il pubblico, tra il professionale e il familiare, cosa che in Italia purtroppo sentivo. Coppola ha un rapporto speciale con la realtà, riesce ad armonizzare il microcosmo, la famiglia, con il macrocosmo, il grande mondo industriale, la grande America, la dimensione che a me all’inizio spaventava. Infine Warren Beatty, mi ha fatto capire veramente quanto ogni opera andasse vista anche dal suo interno, essendo lui insieme regista e protagonista».

[ Francis Ford Coppola and Vittorio Storaro during the filming of a segment of the anthology “New York Stories” ]
Vittorio Storaro è certamente una persona eclettica; si interessa anche di musica, di pittura, di scultura e di letteratura. «È fondamentale studiare tutte le espressioni d’arte che circondano la parola immagine – afferma Vittorio Storaro e aggiunge – in ogni secolo c’è stata una forma espressiva che ha guidato le altre. In epoca greca la scultura e la filosofia, in epoca rinascimentale la pittura, la musica nel Settecento e la letteratura nell’Ottocento. Questo è invece il secolo dell’immagine». L’immagine, la luce e i colori sono analizzati a fondo nella trilogia “Scrivere con la luce” di Vittorio Storaro edita da Electa in collaborazione con l’Accademia Internazionale per le Arti e le Scienze dell’Immagine dell’Aquila. «Ho pubblicato questa collana di libri (“La luce” – “I colori” – “Gli elementi”), prima che l’età mi porti a dimenticare quello che ho ideato per i miei film, soprattutto ciò che non ho mai avuto occasione di scrivere – puntualizza Vittorio Storaro e spiega – ho scritto i libri di mio pugno anche se, certamente, sono più uno scrittore di luce che uno scrittore di parole. Ma molte cose non avrei potuto farle spiegare da altri. Ogni volume presenta una parte didattica e una spettacolare, che descrive decade dopo decade la mia carriera».

[ Vittorio Storaro on the set of the film “Mirka” – © courtesy of GianAngelo Pistoia / Filmart
Gérard Depardieu and Barbora Bobuľová on the set of the film “Mirka” – © GianAngelo Pistoia / Filmart ]
Carriera scandita da film indimenticabili e di successo (“Il conformista”, “Ultimo tango a Parigi”, “Novecento”, “La Luna”, “Apocalypse Now”, “Reds”, “L’ultimo Imperatore”, “Il tè nel deserto”, “Piccolo Buddha”, …) ma pure da film d’autore e d’essai (“Cafè Society”, “Wonder Wheel”, “Un giorno di pioggia a New York”, “Rifkin’s Festival” e “Coup de Chance” di Woody Allen, solo per citare i più recenti). Carriera che ha portato Vittorio Storaro anche in Trentino. Nel 2000 è stato “l’autore della cinematografia” del film “Mirka”, diretto dal regista algerino Rachid Benhadj ed interpretato da attori del calibro di Gérard Depardieu e Vanessa Redgrave. Il film è stato girato anche nella splendida Val Venegia al cospetto delle maestose Pale di San Martino. Vittorio Storaro ha ancora ricordi nitidi di quell’esperienza. «Sono rimasto ammaliato – chiosa Storaro – dalla natura incontaminata di quei luoghi, dalla bellezza dei paesaggi, ma soprattutto mi ha colpito la luce magica che le Dolomiti riflettono all’alba e al tramonto. L’enrosadira mi affascina! Plaudo all’UNESCO che ha incluso le Dolomiti, e quindi anche le Pale di San Martino, nell’elenco dei beni naturali considerati patrimonio dell’Umanità. É sempre emozionante osservare come i raggi del sole al tramonto illuminino con tonalità cromatiche diverse, dal grigio, all’arancione, al rosa le guglie di dolomia del Cimon della Pala, del Mulaz e delle altre montagne circostanti. È uno spettacolo che neppure io con le migliori tecnologie riuscirei a ricreare. La Valle di Primiero mi è rimasta nel cuore. Spero di ritornarci sia per lavoro che per turismo».

L’artista, l’intellettuale e regista Rachid Benhadj

Il secondo personaggio che cito nell’incipit dell’articolo è il regista Rachid Benhadj. Il “trait d’union” che accomuna Vittorio Storaro con Rachid Benhadj è appunto il film “Mirka”. Infatti nel 2000 il regista algerino scelse Vittorio Storaro quale “co-autore” del film. Sodalizio professionale che si è rinnovato nel 2012 con il lungometraggio “Parfums d’Alger” e si è ulteriormente consolidato quest’anno con il corto pubblicitario natalizio girato per le profumerie Naïma.
Questo è il ritratto di Rachid Benhadj tratteggiato da alcune persone che per vari motivi lo hanno conosciuto. Pino Farinotti (critico cinematografico, giornalista e scrittore) così lo descrive: «Rachid Benhadj non è solo un apprezzato regista, è un artista tout court, conosce le arti figurative, dipinge. E frequenta con passione la letteratura, come emerge dai suoi film, tratti spesso da opere letterarie». Di lui la docente universitaria, Farah Polato scrive: «Classe 1949, nato ad Algeri, Rachid Benhadj si forma in Francia per poi rientrare nel paese natale dove consolida la propria esperienza professionale, per lo più in televisione; negli anni Novanta è costretto a lasciare l’Algeria per sfuggire alla guerra civile innescata dai fondamentalisti islamici. Nel 1995 si trasferisce in Italia, ottenendo la cittadinanza. Nel 1997 intraprende la lavorazione del film per la televisione “L’albero dei destini sospesi”, storia della relazione tra una donna italiana e un giovane migrante marocchino, prodotto dalla Film Albatros di Marco Bellocchio e dalla RAI. L’ancoraggio a un preciso contesto storico-sociale contraddistingue molti dei suoi film quali “Rose di sabbia” (1989) selezionato al festival di Cannes, “Touchia” (1993) selezionato alla mostra del cinema di Venezia, “Mirka” (2000), “Il pane nudo” (2005) tratto dall’omonimo romanzo autobiografico dello scrittore marocchino Mohamed Choukri, “Profumi d’Algeri” (2012), “La stella di Algeri” (2016) anch’esso tratto dall’omonimo romanzo di Aziz Chaouki vincitore nel 2005 del premio Flaiano e “Matares” (2019).

[ Poster of the films “Parfums d’Alger” and “Matares” – © courtesy of Rachid Benhadj ]
In tutti i suoi film l’eleganza dei movimenti di macchina, l’impatto della resa fotografica, l’intensità drammatica delle vicende e dei riferimenti, via via affinatesi grazie anche all’autorevolezza delle professionalità coinvolte, concorrono a un sapiente coinvolgimento emotivo dello spettatore, rispondendo alle esigenze di una diffusa distribuzione, propria della formula realizzativa praticata da Benhadj, che si colloca all’interno di moduli fortemente strutturati delle coproduzioni internazionali. In molti dei suoi film, infatti Rachid Benhadj si avvale di tecnici affermati – in primis Vittorio Storaro e Gianni Quaranta, entrambi vincitori di premi Oscar – e anche di prestigiosi attori quali Gérard Depardieu, Vanessa Redgrave, Monica Guerritore, Barbora Bobuľová, Said Taghmaoui, solo per citarne alcuni». Per spiegare invece come lavora il regista Rachid Benhadj, cito le parole del cardinale Paul Poupard (già presidente emerito sia del Pontificio Consiglio della Cultura che di quello per il Dialogo Interreligioso) riportate in un articolo pubblicato il 4 marzo 2000 dal “Corriere della Sera”, contestualmente all’uscita del film “Mirka” nelle sale italiane: «Rachid Benhadj fa davvero un piccolo miracolo. Racconta la bassezza cui può arrivare l’uomo, senza mai ricorrere a immagini morbose e violente e senza equivocare sulla realtà scomoda, dolorosa, terribile della violenza. Opere così poetiche sono ormai quasi estranee al grande schermo di oggi».

[ Poster of the film “Mirka” and autograph letter from Rachid Benhadj – © courtesy of GianAngelo Pistoia ]
In occasione delle riprese avvenute a Primiero del film “Mirka”, anch’io ho avuto l’opportunità di conoscere Rachid Benhadj. Su incarico dell’allora Comprensorio di Primiero e della Provincia Autonoma di Trento ho organizzato con il regista algerino la “world preview” del film “Mirka” a Trento e la promozione del medesimo anche in Italia e all’estero. Da questa nostra collaborazione è scaturita pure la presentazione e la concomitante premiazione del film “Mirka” nella sede centrale dell’UNESCO a Parigi. A questo riguardo Rachid Benhadj affermò: «Essere premiato dal direttore generale dell’UNESCO con la medaglia del “50° Anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani” mi ha fatto ovviamente molto piacere. Era la prima volta che un riconoscimento così prestigioso, veniva assegnato ad un artista e non a un politico. Grazie al mio film “Mirka” ho aperto la strada ad altri artisti che da allora, ogni anno, sono premiati dall’UNESCO per il loro lavoro. “Mirka” è stato riconosciuto come un film che promuove la pace, e questo per un artista è il premio più ambito. Riuscire a far conoscere un problema, a far discutere e veicolare un messaggio in cui si crede è un obiettivo non sempre raggiungibile. Il film ha girato il mondo, ha vinto numerosi premi e ancora oggi è considerato un’opera importante, un mezzo per introdurre con garbo tematiche legate alla diversità, all’odio, al bene e al male che c’è in ognuno di noi, alla impossibilità di dividere il mondo in buoni e cattivi».

[ Rachid Benhadj awarded by the director general of UNESCO – © courtesy of UNESCO ]
Con il passare degli anni Rachid ed io siamo diventati amici e talvolta ancora lo aiuto per promuovere le sue opere cinematografiche non solo in Italia ma anche in ambito internazionale. Ogni tanto lo contatto per parlare di tematiche attinenti alla cultura o per chiedergli qualche intervista da pubblicare sui media con cui collaboro. La nostra più recente ed esaustiva conversazione risale al giugno del 2020 in occasione dell’anteprima mondiale – in modalità “on demand” sulle piattaforme web dedicate (la cattolica Vativision, Amazon Video, ed altre) – dell’ultimo suo film “Matares”. Così ha risposto in quel frangente alle mie domande: «Ho promosso “Matares” tramite i siti web specializzati in “film on demand” poiché i miei distributori hanno apprezzato le tematiche sociali trattate nel film. In “Matares” propongo argomenti difficili, come il razzismo e l’intolleranza, ma lo faccio con delicatezza, senza parteggiare per nessuno, mettendo però a nudo la cruda realtà in cui vivono tra noi i più svantaggiati. “Matares” doveva uscire nelle sale italiane lo scorso marzo, ma l’arrivo della pandemia, paralizzando tutte le attività sociali, economiche e culturali del paese ne ha bloccato la programmazione. I distributori hanno preferito lanciarlo per ora solo su canali web specializzati. Nella situazione odierna, credo che questa opportunità sia già una conquista. Auspico che i media e gli spettatori accolgano favorevolmente il film.

[ Banner of the film “Matares” – © courtesy of Rachid Benhadj ]
Sono consapevole di portare all’attenzione del pubblico degli argomenti complessi. Di solito però non sono io a scegliere i temi da affrontare ma sono loro che scelgono me. Quasi sempre le storie che porto sullo schermo sono reali, sono storie vere. In un primo momento hanno l’effetto di un pugno nello stomaco ma una volta digerite infondano nello spettatore una forte energia, possono aiutarlo a combattere, a cambiare il corso della propria vita, a non lasciarsi andare allo sconforto, ma a reagire perché se ce l’ha fatta il protagonista del mio film possono farcela anche loro. Nella nostra vita a volte abbiamo la fortuna di conoscere persone straordinarie che lasciano il segno. Il mio primo film “Rose di sabbia” (1989) nasce proprio da un incontro casuale in un momento di crisi personale che non aveva nessuna motivazione reale di fondo. È il racconto della vita di un disabile che ho incontrato sulla mia strada. Non aveva niente, non aveva braccia, non aveva una vita facile davanti a sé, eppure faceva cose straordinarie. Aveva imparato ad usare i piedi come fossero le mani, era riuscito a laurearsi e a crearsi una posizione sociale, ad essere apprezzato per il suo lavoro. Quando l’ho conosciuto mi sono chiesto: “Chi è veramente l’handicappato?”’. Da quell’incontro ho imparato, anche se a volte lo dimentico ancora, a ridimensionare tutto. Ho capito e ho voluto trasmettere il valore della salute, la banalità delle nostre piccole crisi. I miei film sono in fondo lezioni di vita. Spero di far comprendere a chi vede i miei film che non dobbiamo fermarci alle apparenze fisiche, razziali, religiose, ma imparare a leggere nel profondo di un essere umano per scoprire la ricchezza di cui ognuno è portatore. Sono nato in Algeria, ho studiato in Francia e da molti anni vivo in Italia. Da questo mio osservatorio privilegiato, credo di avere una visione d’insieme anche dei rapporti fra religioni diverse ed in particolare fra quella cattolica e quella islamica. A mio avviso, la base del sorgere e perdurare dei conflitti religiosi è sempre la mancanza di conoscenza dell’altro, della sua storia, dei suoi valori, della sua religione e cultura.

[ “Medecins Sans Frontieres” operators at work in a refugee camp in Africa – © courtesy of M.S.F. ]
Nel film “Matares” c’è Said, il ragazzino musulmano co-protagonista della storia, che odia Mona, la giovane cristiana immigrata. La odia perché è straniera, ha un colore della pelle diverso dal suo, gli ruba il lavoro e, se non bastasse, non crede in Allah. Fin da adolescenti ci fanno credere che la nostra religione sia superiore a quella degli altri. Questa è una delle ragioni per cui diventiamo adulti considerandoci migliori di chi non condivide la nostra religione o la nostra cultura. Tutti noi credenti cresciamo con questo complesso di superiorità ed è questo il seme che produce tanto odio. Per esplicitare questo concetto sono solito raccontare un aneddoto personale. Ero bambino ad Algeri e il mio primo giorno di scuola lo ricordo perfettamente. Ricordo la cartella nuova, la gioia, la strada verso la scuola con mio padre che mi accompagnava e i soldati, e poi mio padre a terra picchiato e dolorante. Sono cose che un bambino non può dimenticare. Sono immagini che fanno crescere in te l’odio, la rabbia ma bisogna avere la forza di rompere la catena e rispondere all’odio con l’amore. E di fare, se possibile, qualcosa di buono e per gli altri.

[ A rescue operation in the Mediterranean – © courtesy of Medecins Sans Frontieres / Avra Fialas ]
Conosco molti volontari che in Italia si prodigano per questo. L’Italia ha un grande cuore. La forza della gente, che si dà da fare per gli altri è tangibile, si vede nei risultati. Lo ho constatato di persona; è netta la differenza tra il burocratico atteggiamento delle istituzioni che operano su un piano strettamente politico e il volontariato attivo che invece scende in campo per lavorare con l’uomo più bisognoso e per risolvere le sue quotidiane necessità. Il volontariato è una grande forza che supplisce o almeno cerca di arginare le mancanze, le lacune delle istituzioni nei vari ambiti. È un’onda che non può che crescere e che continuerà a prodigarsi per diminuire il disagio sociale».

“Spot d’autore” anche per promuovere il Trentino?

Ho telefonato a Rachid Benhadj alcune settimane fa in occasione del lancio dello spot televisivo natalizio girato assieme a Vittorio Storaro per “Naïma”, un gruppo di profumerie italiane diffuso in tutta la penisola con una capillare rete di circa 300 punti vendita. Una nuova e sorprendente campagna di comunicazione che racconta un’azienda fatta di persone, passione e competenza, portavoce di valori come fiducia, qualità ed esperienza, capace di distinguersi per il legame privilegiato che instaura con ogni cliente, coltivandolo nel tempo grazie all’esperienza e alla profonda capacità di ascolto del suo personale. Una storia così ambiziosa non poteva che essere narrata in modo altrettanto eccezionale attraverso lo sguardo di due maestri del cinema internazionale: Vittorio Storaro e Rachid Benhadj appunto.

[ Vittorio Storaro, Serena Autieri and Rachid Benhadj on the set of “Naïma” – © courtesy of “Naïma” ]
Il regista algerino mi ha confessato che lavorare insieme al “mago della luce” – anche se solo per uno spot pubblicitario – è sempre un’esperienza unica e stimolante. Nel caso specifico mi ha spiegato che «la sfida era come utilizzare un linguaggio filmico accessibile ma non banale per realizzare un corto di taglio commerciale diretto ad un pubblico vasto e inclusivo. Ho cercato quindi di trasmettere i valori di “Naïma” mettendo al centro della scena coloro ai quali è rivolto il messaggio promozionale giocando con i loro sguardi, i loro gesti e le loro interazioni. Vittorio Storaro è riuscito in soli sessanta secondi a concretizzare la mia idea in modo mirabile, raccontando un viaggio che simbolicamente rappresenta la lunghezza di un’intera giornata in ogni negozio “Naïma”, disegnando il percorso cromatico, attraverso i colori della luce naturale sulla testimonial Serena Autieri: dal tono “alba” dei raggi arancio del sorgere del sole, sino al tono azzurro della “sera”, con il sorgere della luna».

[ “Ciak” on the set of “Naïma” – © courtesy of “Naïma” ]
Un itinerario cromatico che Vittorio Storaro mi aveva già descritto in un’intervista quando parlando delle Dolomiti – set naturale in cui aveva girato il film “Mirka” – ne sublimava la luce magica che le colorava all’alba e al tramonto. Mi sovvenne alla mente anche le motivazioni addotte da Rachid Benhadj per spiegare la scelta di ambientare “Mirka” in Trentino: «Per trovare la scenografia adatta alla mia storia ho dovuto vagare a lungo. Ho visitato la Francia, la Romania, il Montenegro e poi casualmente sono arrivato in Trentino. È stato un caso, lo scenografo conosceva la zona, ma anche una sorpresa. Quando assieme all’autore della fotografia Vittorio Storaro sono salito in zona ho incontrato le montagne che cercavo. Dure e bellissime, mozzafiato. Solo qui poteva esser stata vissuta la storia che dovevamo raccontare. Molti erano i luoghi che avevano un ruolo fondamentale nella narrazione e tutti hanno trovato la loro ambientazione perfetta. Per la capanna della madre di Mirka è stata scelta la Val Venegia, per il villaggio c’era ad aspettarmi il vecchio borgo medioevale di Canale di Tenno, sopra il lago di Garda, dove la pietra grigia ben si sposava con l’inospitabilità e la durezza dei miei personaggi. Le fortezze di Lavarone e Luserna, impressionanti costruzioni distrutte dai bombardamenti della prima guerra mondiale, hanno fatto invece da scenografia ideale per il cimitero abbandonato e maledetto che nascondeva il doloroso passato del villaggio. Infine la città di Trento che doveva essere una città simbolo e rappresentare i duemila anni di cultura occidentale ma anche mantenere la discrezione, non essere troppo riconoscibile o appariscente».

[ Karin Benhadj and Barbora Bobuľová on the set of the film “Mirka” – © courtesy of GianAngelo Pistoia / Filmart ]
Vittorio Storaro e Rachid Benhadj amano il Trentino e lo hanno dimostrato in più occasioni. Mi sono chiesto perché gli enti territoriali locali, sia pubblici che privati, non si siano ancora avvalsi di loro per promuovere con delle campagne pubblicitarie “ad hoc” le bellezze naturali del Trentino e le peculiarità dei sui abitanti. Auspico che i “decisori trentini” accolgano favorevolmente questo mio appello e che in un prossimo futuro sia possibile vedere sui media italiani e internazionali degli spot promozionali d’autore.

Share Button

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *