Le foto d’altri tempi raccontano un artista eclettico

Sarà visitabile fino al primo marzo 2026 al Palazzo delle Albere, in quella che fu la prima sede del Mart, una esaustiva retrospettiva dedicata a Riccardo Schweizer in occasione del 100° anniversario della nascita. L’artista primierotto ha incarnato in modo esemplare la figura dell’artista moderno capace di misurarsi con linguaggi diversi e di muoversi tra mondi apparentemente lontani, tra radici locali e orizzonti internazionali

[ Riccardo Schweizer nel suo studio a Palazzo Carminati a Venezia nel 1951 – © Archivio Eredi R. Schweizer ]

di GianAngelo Pistoia

NordEst – Fino al primo marzo 2026, un’ampia retrospettiva a Palazzo delle Albere di Trento celebra uno dei protagonisti più versatili e originali dell’arte trentina del secondo Novecento: Riccardo Schweizer (Mezzano, 31 agosto 2025 – Casez, 20 settembre 2004). A cento anni dalla nascita, il Mart omaggia Riccardo Schweizer, pittore, scultore, architetto e designer trentino che, influenzato dal cubismo e dal surrealismo ma sempre fedele a una poetica personale, realizzò opere caratterizzate da colori vibranti e forme dinamiche. La mostra dal titolo “Riccardo Schweizer. 100 anni di colore, forma e libertà” – a cura di Margherita de Pilati con Denise Bernabé – esplora il suo universo creativo attraverso un percorso tematico che evidenzia i diversi ambiti della sua produzione, mettendo in luce il suo contributo al panorama artistico del XX secolo e il suo legame con il territorio.

[ Riccardo Schweizer nel suo studio a Palazzo Carminati a Venezia nel 1955 – © Archivio Eredi R. Schweizer ]

Chi era Riccardo Schweizer

Scriveva all’inizio degli anni Duemila la critica d’arte Antonella Alban: «Riccardo Schweizer, artista eclettico (pittore, scultore, architetto, designer, decoratore e ceramista) ha incarnato in modo esemplare la figura dell’artista moderno capace di misurarsi con linguaggi diversi e di muoversi tra mondi apparentemente lontani, tra radici locali e orizzonti internazionali. Nato a Mezzano di Primiero nel 1925, fin da giovane si è cimentato nella raffigurazione parietale ad affresco, ne è testimonianza la “Madonna con bambino” del 1936 (il pittore aveva 11 anni) dipinta nella chiesetta di San Giovanni.

[ R. Schweizer con il fratello Willy e la sorella Elsa in località San Giovanni a Mezzano nel 1943 – © Archivio Eredi R. Schweizer ]

Le vicende della vita hanno portato il giovane lontano dalla valle, ma il suo legame con il Primiero è sempre rimasto inalterato, pur avendo percorso grandi strade nazionali ed internazionali. Dapprima Schweizer si è fermato a Venezia, dove ha frequentato l’Accademia di Belle Arti, ma la voglia di conoscere lo ha portato ben presto a prendere una decisione fondamentale per la sua vita: il trasferimento in Francia. La “scoperta” di Picasso alla Biennale di Venezia del 1948 gli ha fatto maturare il desiderio di incontrare personalmente il grande maestro, di respirare la stessa aria ispiratrice, di avvicinarsi a un mondo, quello dell’avanguardia, che era molto più avanzato ed innovativo rispetto a quello italiano. A Vallauris, nella Francia del Sud, Schweizer si avvicina anche a Chagall, a Matisse, a Cocteau, a Prévert, insomma a quel mondo intellettuale e culturale che poteva soltanto far crescere in fretta un giovane desideroso di confrontarsi con i più svariati stimoli. Forse per la sua indole, forse per questo ambiente o per entrambe le cose, Schweizer inizia a pensare a 360 gradi, aprendo i suoi orizzonti non soltanto alla pittura, ma a tutte le forme espressive, purché diventassero mezzi creativi di conoscenza di sé e del mondo.

[ Riccardo Schweizer con Pablo Picasso e Marc Chagall in Costa Azzurra negli anni Cinquanta – © Archivio Eredi R. Schweizer ]

Tornato in Italia, dopo circa quattro anni di permanenza in terra francese, diventa assistente di Bruno Saetti all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Frequenta con molta assiduità gli ambienti dell’avanguardia culturale della città ed ha modo di conoscere fra gli altri Luigi Nono, Igor Stravinskij, Salvatore Quasimodo e Peggy Guggenheim; frequenta anche l’ambiente cosmopolita della facoltà di Architettura, alla ricerca di nuovi stimoli per la sua personalissima scoperta del mondo. Nascono in questi anni ceramiche, sculture, affreschi, dipinti, nei quali si possono leggere ascendenze picassiane, chagalliane, ma al contempo, strutturazioni architettoniche dello spazio e delle composizioni che preannunciano alcuni lavori successivi in cui architettura, design, pittura diventano un unico momento creativo, quasi per una volontà di espressione che non può limitarsi soltanto all’aspetto bidimensionale.

[ Catalogo di una mostra svoltasi a Trento nel 2003 dal titolo “Riccardo Schweizer: Palais des festivals et des congres, Cannes 1980 – 1984” – © Edizioni Mazzotta ]

L’esperienza più totale Schweizer la vive però negli anni Ottanta, quando, dapprima a Carros presso Nizza lavora assieme all’architetto François Druet per abbellire le superfici murarie esterne del Municipio e poi, nel 1982, sempre assieme a Druet lavora nel Palazzo dei Congressi e del Cinema di Cannes. Questa collaborazione sinergica vede Riccardo Schweizer trasformarsi in vero e proprio designer, mosaicista e pittore che adatta perfettamente i suoi interventi alla struttura del Palazzo del Cinema, articolando andamenti geometrici e curvilinei a giochi cromatici e tubolari, materiali prettamente pittorici a strutture metalliche o plexiglass. L’idea più geniale è legata allo spazio esterno dove un padiglione di cristallo e tubi metallici forma delle corolle trasparenti di giorno e illuminate in bianco e azzurro di notte.

[ Padiglione esterno del “Palais des festivals et des congres” di Cannes ideato da Riccardo Schweizer ]

Da questa straordinaria esperienza Schweizer trae numerosi insegnamenti che lo portano a guardare il mondo con occhi rinnovati, ma anche a riavvicinarsi, quasi per necessità, alla pittura e soprattutto alla pittura su grandi superfici: realizza, fra l’altro, un grande affresco per la nuova sede dell’Istituto Trentino di Cultura (ora Fondazione Bruno Kessler) di Trento e per il nuovo Municipio di Cap d’Ail a Montecarlo decora la Sala del Sindaco e quella del Consiglio Comunale.

[ Riccardo Schweizer nel 1986 mentre realizza un murales per l’Istituto Trentino di Cultura (ora F.B.K.) – © Archivio Eredi R. Schweizer ]

Ma è nella sua valle natia, la Valle di Primiero, che negli anni Novanta Riccardo Schweizer dipinge i suoi più grandi murales. Per il Comune di Siror realizza un imponente quanto suggestivo affresco di oltre 130 metri quadrati dal titolo “I sogni della bancalonga” dove ripercorre in dieci fasi le vicende della popolazione primierotta dalle origini al futuro; per la sede della Comunità di Primiero dipinge un acrilico dal titolo “La lontra e la valle” e realizza poi una ceramica di 150 metri quadrati per la piscina comprensoriale dal titolo “Luce, colore e allegria”; infine sulla parete esterna della scuola elementare di Mezzano dipinge un grande murales ad acrilico con inserti in ceramica dal titolo “L’albero racconta”.

[ Murales “L’albero racconta” di Riccardo Schweizer realizzato sulla parete esterna della scuola elementare di Mezzano ]

Nelle opere di Riccardo Schweizer si trovano brani di vita, incontri, sensazioni, emozioni ed anche riflessioni che nascono dalla quotidianità, dagli eventi e che si trasformano in colori forti e contrastanti, appiattiti da segni neri che contornano le forme, le delimitano e le sintetizzano. Sono visioni razionali di un mondo che non ha nulla di calcolato, sono esplosioni di colori piatti e fortemente significativi che vogliono soltanto interpretare grandi emozioni. Schweizer è sempre stato in bilico tra questi due opposti: razionalità ed emotività. Ecco perché nelle sue opere, a volte, si trovano anche delle contraddizioni; esse fanno parte dell’uomo stesso e quindi anche l’artista, molto più sensibile dell’uomo qualunque, non può esimersi dallo scontro con questa realtà che, in sostanza, è la vita stessa.

[ R. Schweizer nel 1961 mentre realizza l’affresco “Apologia della tecnica” all’Istituto Editoriale Italiano di Milano – © Archivio Eredi R. Schweizer ]

Questa duplicità di atteggiamenti si traduce in irrequietezza intellettuale, intesa nel senso positivo del termine, ossia come continua ricerca, perché l’insoddisfazione rende un artista curioso e soprattutto mai pago di ciò che ha trovato. Con una storia così importante alle spalle Riccardo Schweizer avrebbe potuto forse sentirsi appagato, invece chi lo ha conosciuto bene sa che non è stato così. Il suo stesso carattere lo ha spronato a lavorare instancabilmente per cercare, chi e che cosa, forse neppure l’artista primierotto lo ha saputo, perché egli è stato sempre e continuamente pronto a mettersi in gioco, ad azzerare tutto e a ripartire verso nuove avventure conoscitive».

La mostra al Palazzo delle Albere

Nelle sale rinascimentali di Palazzo delle Albere, di quella che fu la prima sede del Mart, il percorso espositivo si articola in un percorso tematico e cronologico, che invita il visitatore a esplorare i diversi ambiti della produzione di Schweizer: dalla pittura alle arti applicate, dalla progettazione architettonica alla collaborazione con il mondo del design e dell’artigianato.

[ Palazzo delle Albere a Trento – © Archivio Fotografico e Mediateca del Mart ]

Il centesimo anniversario della nascita dell’artista diventa l’occasione per presentare un ampio nucleo di opere provenienti da collezioni pubbliche e private: dipinti, sculture, ceramiche, disegni, progetti architettonici e arredi che documentano la straordinaria varietà della produzione di Schweizer. Attraverso circa 100 opere la mostra offre uno sguardo d’insieme sull’universo creativo di Riccardo Schweizer, celebrando la sua eredità artistica e umana e rendendo accessibile al pubblico la forza visionaria di un autore che ha saputo interpretare, con originalità e sensibilità, lo spirito del suo tempo.

[ Allestimento della mostra a Palazzo delle Albere di Trento – © Luca Meneghel / Mart Press Office ]

Il percorso espositivo si sviluppa in sezioni tematiche che permettono di seguire l’evoluzione del linguaggio di Schweizer, dai disegni in bianco e nero ai colorati dipinti con protagoniste le donne, soggetto fondamentale del suo immaginario, alle invenzioni grafiche e decorative concepite per spazi pubblici, alberghi e ambienti domestici. Particolare attenzione è dedicata al lavoro di designer e progettista, ambito nel quale l’artista ha saputo coniugare l’estetica moderna con il senso artigianale della materia, realizzando arredi e oggetti di raffinata eleganza.

[ “Mezzano” (1983) opera di Riccardo Schweizer – © Collezione privata ]

Il docu su Schweizer

In una saletta attigua a quelle espositive il visitatore può vedere un interessante docufilm dal titolo “Riccardo Schweizer e i luoghi dell’anima”, documentario realizzato nel 2021.

[ Il docufilm dedicato alla vita e alle opere di Riccardo Schweizer – © Comunità di Primiero ]

Dal “timone” di Franco de Battaglia, propedeutico all’attuazione del documentario,si possono trarre alcuni spunti per comprendere appieno la personalità eclettica e anche istrionica di Riccardo Schweizer. Così nel 2021 scriveva Franco de Battaglia: «Questo è un pro-memoria per cercare di intessere un percorso filmico (di immagini e parole) su Riccardo Schweizer e la sua pittura. Ho cercato di esprimere (con tutti i limiti delle mie conoscenze) il senso di alcune tappe della sua vita e dei capitoli della sua arte, cercando di indicare alcuni accostamenti possibili fra espressioni, ricerca di forme e innovazioni.

Anche contraddizioni. Ritengo (ma è solo un mio parere personale) che un breve documentario su di lui non possa seguire una cronologia lineare, ma debba basarsi quasi su un “ping-pong” di stimoli e spunti sulle sue esperienze, con richiami e rinvii, dal Primiero a Venezia e a Cannes, dall’arte applicata alla rilettura delle antiche leggende dolomitiche (le Anguane), dalla passione per la natura alla caccia, collegati però da una linea espressiva comune che è quella di restituire un’epica alla modernità.

[ Riccardo Schweizer nel suo studio a Palazzo Carminati a Venezia nel 1954 – © Archivio Eredi R. Schweizer ]

Perché questo, in fondo, è stata la pittura e in parte anche la vita se guardiamo al suo “diario” fotografico “Il labirinto dei ricordi”, libro edito da Curcu & Genovese Associati. Una rappresentazione epica, anche drammatica, quasi una rifondazione di elementi costitutivi del vivere, attraverso i grandi murales (dalla “Tempesta sul Lago” del 1962, al grande affresco per l’Istituto Trentino di Cultura, ora Fondazione Bruno Kessler, di Trento del 1986), passando per l’innovativo ristorante “Da Silvio” a San Michele all’Adige fino alla riscoperta di quel gioiello affascinante e inquietante che è la grande “decorazione dalle Anguane” nella casera di San Giovanni in località Falasorno a Mezzano.

[ Riccardo Schweizer mentre realizza nel 1962 il murales “Tempesta sul Lago” – © Archivio Eredi R. Schweizer ]

Se c’è una sintesi da trarre dall’opera di Schweizer essa è lo sforzo di “tradurre” le “vibrazioni” di un territorio antico, identitario, radicato, storico (Mezzano e il Primiero, la grande civiltà alpina) nelle forme di una società globale e multiculturale, parcellizzata, frantumata nel Novecento dalle violenze, privata di un’unitarietà di riferimenti e ispirazioni, rappresentata, nella sua massima espressività dai piani spezzati del cubismo. “Guernica”, ne resta il sommo simbolo, non a caso è di Picasso. É questo il percorso di Schweizer: voler inserire i valori quali la quotidianità, l’ispirazione, la nostalgia anche di un’identità antica, naturale ed umana, dentro la crisi dei linguaggi e le anime spezzate della modernità. Ma costruirla di nuovo – questa identità – con le linee e i colori dell’arte, con le mani che plasmano nuova materia, richiede una spasmodica ricerca di potenzialità, una tensione che è poi quella che sta alla base anche della “malinconia” (nel senso del famoso dipinto “Melancholia” di Albrecht Dürer) di Schweizer, posto che la “malinconia” nasce sempre dalla consapevolezza di quanto siano insufficienti i mezzi di cui disponiamo per raggiungere gli obiettivi grandi, e gli ideali, ai quali aspiriamo.

[ Riccardo Schweizer da giovane a Ville d’Antibes e in età matura nel suo studio a Mezzano – © Archivio Eredi R. Schweizer ]

E questo sia per l’arte che per l’amore. In questa prospettiva Picasso resa il riferimento, ma non il modello. Schweizer non è un “picassiano”, i mondi dei due pittori si incontrano a volti si sovrappongono, si studiano e si influenzano nei linguaggi, ognuno porta il suo bagaglio antico nella modernità (i tori per l’uno, le anguane per l’altro …) ma la ricerca di Schweizer. è originale e autonoma. A ben guardare, infatti, il suo cubismo non spezza la realtà, ma mira a ricomporla in un continuo gioco di piani e di specchi, ricostruisce le identità spezzate attorno ad una proposta di riscatto, a volte una catarsi che risulta anche profetica. Come nell’affresco dell’Istituto Trentino di Cultura (ora Fondazione Bruno Kessler) con quel vortice rosso che tutto travolge tutto macina tutto riavvolge e rilancia verso gli abissi, ma anche verso un infinito sconosciuto. Un vortice che nel 1986, quando è stato dipinto, ha prefigurato la grande rivoluzione globale (politica, economica, sociale, esistenziale) avviatasi con le rivoluzioni e il collasso dei regimi comunisti del 1989 in un sommovimento che il mondo sta ancora scuotendo.

[ Riccardo Schweizer nel 1986 presenta una sezione del suo murales per l’Istituto Trentino di Cultura (ora F.B.K.) – © Archivio Eredi R. Schweizer ]

Questi appunti sono solo un canovaccio, come s’è detto, una bozza di lavoro. Per essere ordinati e “ritmati” in una traccia scenografica hanno bisogno di essere completati con giudizi e testimonianze più approfondite e complete da parte delle persone che hanno conosciuto più direttamente Riccardo Schweizer, come la moglie Dina, le figlie Barbara e Monica, il fratello Willy, la cognata Maria Grazia Piazzetta e gli studiosi e critici d’arte Maurizio Scudiero, Danilo Eccher, Vittorio Sgarbi, solo per citarne alcune».

“Riccardo Schweizer. 100 anni di colore, forma e libertà”

L’esposizione “Riccardo Schweizer. 100 anni di colore, forma e libertà” è accompagnata da un catalogo che ricostruisce la complessità di una figura capace di rinnovarsi continuamente e di interpretare in chiave contemporanea la tradizione culturale trentina. Con questa mostra, il Mart rinnova il proprio impegno nella valorizzazione degli artisti del territorio, confermando il ruolo di museo di riferimento per la ricerca, la conservazione e la promozione del patrimonio culturale trentino. La mostra dedicata a Riccardo Schweizer si inserisce in un più ampio progetto del museo volto a riscoprire personalità che, pur legate al contesto locale, hanno saputo dialogare con la scena artistica nazionale e internazionale.