Lucio Fontana in mostra a palazzo Venier dei Leoni di Venezia
Fino al 2 marzo 2026 la Peggy Guggenheim Collection presenta a palazzo Venier dei Leoni di Venezia la mostra “Mani-Fattura: le ceramiche di Lucio Fontana”, la prima retrospettiva monografica a offrire un esame esclusivo e approfondito della produzione in ceramica dell’artista fra i più innovativi e a suo modo irriverenti del XX secolo

di GianAngelo Pistoia
NordEst – Fino al 2 marzo 2026, la Peggy Guggenheim Collection di Venezia presenta “Mani-Fattura: le ceramiche di Lucio Fontana”, la prima personale mai realizzata in ambito museale a essere esclusivamente dedicata all’intera produzione di opere in ceramica di Lucio Fontana (1899–1968), tra gli artisti più innovativi, e a suo modo irriverenti, del XX secolo. Sebbene Fontana sia conosciuto soprattutto per le sue iconiche tele tagliate e bucate degli anni Cinquanta e Sessanta, questa mostra pone l’accento su una parte meno nota ma essenziale della sua produzione: il suo lavoro con la ceramica, iniziato in Argentina negli anni Venti e proseguito poi per tutto il corso della sua vita. A cura della storica dell’arte Sharon Hecker, si tratta della prima monografica a offrire un esame approfondito della produzione in ceramica di Fontana. Come osserva Hecker: «A lungo associata all’artigianato più che all’arte, oggi la ceramica di Fontana sta ricevendo una nuova attenzione grazie al rinnovato interesse per questo materiale nell’arte contemporanea».

Con circa settanta opere storiche, alcune delle quali mai esposte prima, provenienti da note collezioni pubbliche e private, la mostra intende far luce sulla portata della visione scultorea di Fontana attraverso un materiale come la creta, rivelando come abbia rappresentato, nel corso degli anni, un terreno di sperimentazione ricco e produttivo. La sua produzione ceramica si distingue per la varietà di forme, tecniche e soggetti: dalle opere figurative che rappresentano donne, animali marini, arlecchini e guerrieri, fino alle sculture astratte, il suo approccio all’argilla recupera i rituali antichi imposti dalla materia, sui quali interviene in modi innovativi. La sua pratica ceramica si sviluppa nell’arco di decenni e in contesti molto diversi: dal primo periodo in Argentina al ritorno in Italia all’epoca del Fascismo, seguito da un ulteriore lungo soggiorno in Argentina durante la guerra e da un nuovo rientro, nel dopoguerra, nell’Italia della ricostruzione e del boom economico. Fontana realizzò anche oggetti per interni privati, dai piatti ai crocifissi, caminetti e maniglie, spesso in collaborazione con importanti designer. Con rinomati architetti milanesi creò fregi ceramici per facciate di edifici e sculture per chiese, scuole, cinema, hotel, circoli sportivi e tombe che ancora oggi ornano la città. In mostra sono presenti sia pezzi unici realizzati a mano che oggetti prodotti in serie, alcuni dei quali sfumano i confini tra le due categorie.

L’esposizione ripercorre la produzione ceramica di Fontana, toccando due continenti e quattro decenni cruciali, e intrecciando cronologia e temi scultorei in un racconto inedito e dinamico. La sua produzione proteiforme spazia dalle sculture figurative a forme radicalmente astratte, specchio dei diversi contesti storici, sociali, politici e geografici in cui Fontana visse e operò. Il percorso espositivo prende avvio da un’opera realizzata al suo ritorno in Argentina nel 1926, “Ballerina di Charleston”, dopo il trauma della prima guerra mondiale combattuta da giovane insieme agli altri “ragazzi del ʼ99”. Da qui si prosegue nell’Italia del periodo fascista, dove, nei primi anni Trenta, l’artista crea piccole terrecotte intime, non smaltate e con leggeri tocchi di colore, come “Ritratto di bambina” (1931) o “Busto femminile” (1931), per poi approdare alla stagione degli straordinari esperimenti con gli smalti, resa possibile grazie alla collaborazione con gli artigiani di Albisola. A questo periodo appartengono opere affascinanti quali “Coccodrillo” (1936-37), “Medusa” (1938-39), “Donna seduta” (1938) e il maestoso “Torso Italico” (1938).

Durante la Seconda guerra mondiale Fontana torna nuovamente in Argentina, dove continua a lavorare la ceramica, per poi rientrare ancora una volta nell’Italia del dopoguerra. Qui, la ricostruzione del Paese e il boom economico si intrecciarono con la sua produzione ceramica che si espande, iniziando un proficuo dialogo con il mondo del design. Fontana realizza piatti, crocifissi, forme astratte, tutte opere che indagano le origini stesse dell’antica pratica della ceramica. Una sala è poi dedicata ai ritratti più personali delle figure femminili che fecero parte della sua vita, testimonianza dell’intima relazione che Fontana ebbe tanto con le donne da lui ritratte – dalla moglie Teresita Rasini, alla scrittrice e intellettuale Milena Milani, unica donna firmataria del Manifesto dello Spazialismo, alla ceramista Esa Mazzotti – quanto con la materia. La mostra mette in risalto la forza materica della creta, liscia, ruvida, incisa, grezza, dipinta, smaltata, tagliata, bucata, e l’innovativa capacità di Fontana di intrecciare i linguaggi dell’arte e dell’artigianato, del design e della manualità. Non mancano fotografie d’archivio che ritraggono Fontana al lavoro, testimonianza di un artista collaborativo, profondamente in sintonia con materiali, processi, persone e luoghi.

Ad accompagnare l’esposizione, un cortometraggio inedito, “Le ceramiche di Lucio Fontana a Milano”, appositamente commissionato e realizzato dal regista argentino Felipe Sanguinetti. Concepito come parte integrante del percorso espositivo, il film conduce il pubblico in un viaggio cinematografico attraverso diversi luoghi della città di Milano, dal Cimitero Monumentale all’Istituto Gonzaga, Fondazione Prada, Villa Borsani, Chiesa di San Fedele, Museo Diocesano, per raccontare le opere ceramiche che Fontana realizza grazie alla collaborazione con importanti architetti italiani, tra cui Osvaldo Borsani, Roberto Menghi, Mario Righini, Marco Zanuso. Tutti interventi “site-specific”, integrati nel tessuto architettonico e urbano della città, che non hanno potuto essere fisicamente trasportati nelle sale museali, ma che rivivono grazie alle immagini potenti e affascinanti di questo film, fruibile negli spazi antistanti la mostra.

“Mani-Fattura: le ceramiche di Lucio Fontana”invita il pubblico a riconsiderare Fontana non solo come pioniere dello Spazialismo e dell’arte concettuale, ma come scultore, un artista profondamente legato alla materia, attento al potenziale tattile ed espressivo della creta. La mostra vuole inoltre sollevare nuove questioni di ordine storico, materiale e tecnico sulla sua pratica ceramica, che un critico dell’epoca definì come la sua «altra metà e seconda anima». In contrasto con l’immagine consolidata di Fontana come figura ipermaschile ed eroica che taglia le sue tele con un “cutter”, l’esposizione rivela un lato più informale, profondo e collaborativo dell’artista, radicato nella fisicità morbida dell’argilla e plasmato da relazioni durature, come quella con il ceramista e poeta Tullio d’Albisola e la manifattura ceramica Mazzotti di Albisola. Come afferma la curatrice: «L’argilla emerge come un contenitore di sperimentazione vitale, di molteplicità e fertilità».

La mostra è accompagnata da un catalogo illustrato, pubblicato da Marsilio Arte, che include nuovi saggi critici della curatrice Hecker, e di Raffaele Bedarida, Luca Bochicchio, Elena Dellapiana, Aja Martin, Paolo Scrivano, Yasuko Tsuchikane, tutti dedicati alla pratica ceramica di Fontana e ai suoi contesti storici, sociali e culturali.
Palazzo Venier dei Leoni
La costruzione di Palazzo Venier dei Leoni viene commissionata dalla famiglia Venier nel 1749 all’architetto Lorenzo Boschetti, il cui unico altro edificio a Venezia è la chiesa di San Barnaba. Gli eventi storici che coinvolsero sia la famiglia sia la città fecero sì che il palazzo rimanesse incompiuto. Solo uno dei cinque piani previsti venne costruito. La facciata classica avrebbe fatto da contrappeso a Palazzo Corner, sul lato opposto del Canal Grande, con triplici arcate che a partire dal pian terreno avrebbero strutturato i due piani nobili superiori. Il progetto originario è documentato da due incisioni di Giorgio Fossati e un modello settecentesco in legno dell’architetto che ne seguì la costruzione, Domenico Rizzi, entrambi conservati presso il Museo Correr di Venezia. Sebbene si narri che nel giardino venisse tenuto un leone, è probabile che il nome dell’edificio derivi dalle teste di leone in pietra d’Istria che decorano la facciata al livello dell’acqua. La famiglia Venier affermava di discendere dalla “gens Aurelia” della Roma classica (cui appartennero gli imperatori Valeriano e Gallieno). Era una delle famiglie più antiche di Venezia ed annoverava tra i suoi membri diciotto Procuratori di San Marco e tre Dogi, tra cui Sebastiani Venier, comandante della flotta veneziana sotto Giovanni d’Austria nella famosa battaglia di Lepanto (1571), divenuto poi Doge (1577–78).

Alla fine dell’Ottocento il palazzo e il giardino retrostante diventano proprietà della famiglia Levi. Solo nei decenni seguenti la costruzione abbandonata inizia a prendere forma. Negli anni dieci del Novecento e fino al 1924 la proprietà è affittata alla marchesa Luisa Casati Amman, ricca ereditiera, musa e modella di numerosi artisti, da Boldini a Troubetzkoy, a Man Ray e Augustus John. Nel 1924 l’imprenditore e collezionista d’arte ungherese, il barone Marzcell de Nemes, acquista la proprietà con l’intenzione di eseguire dei lavori, che purtroppo non saranno realizzati. Nel 1936 la viscontessa Doris Castlerosse acquista il sito, a patto che le autorità competenti le diano i permessi per restaurarlo, ed è grazie a lei che il corpo di fabbricati retrostanti la facciata originaria, prendono la forma attuale.

Nel luglio 1949 il palazzo e il giardino sono acquistati da Peggy Guggenheim, che vi dimorerà per i successivi trent’anni. Nello stesso anno la collezionista organizza nel giardino una mostra di scultura contemporanea. Nel 1951, conclusi i lavori di ammodernamento e l’allestimento della sua collezione, Guggenheim decide di aprire le porte del palazzo al pubblico, gratuitamente e per tre pomeriggi alla settimana, da Pasqua a novembre, una tradizione che porterà avanti sino alla morte, avvenuta nel 1979. La necessità di ampliare lo spazio espositivo la porta, nel 1951, a commissionare un’estensione del palazzo allo studio BBPR, che tuttavia non porterà a compimento, preferendo far costruire un edificio più tradizionale a un solo piano, la cosiddetta “barchessa”, addossata al confine del giardino. Nel 1980 apre la Collezione Peggy Guggenheim sotto la gestione della Fondazione Solomon R. Guggenheim, a cui Peggy Guggenheim aveva donato il palazzo e la collezione. La facciata lunga e bassa, in pietra d’Istria, di Palazzo Venier dei Leoni, le cui linee sono ammorbidite dagli alberi del giardino, forma una piacevole cesura nella marcia solenne dei palazzi che si affacciano sul Canal Grande dall’Accademia alla Basilica della Salute.