Thöni ricorda: «Lo sci è la mia vita. Grazie a questo sport ho vissuto una esistenza straordinaria». Con gli amici Piero Gros e Paolo De Chiesa rievoca nel documentario “La valanga azzurra” del regista Giovanni Veronesi i fasti di una stagione sciistica forse irripetibile. Il docufilm andrà in onda lunedì 30 dicembre in prima serata su Rai 3
di GianAngelo Pistoia
NordEst – Il docufilm “La valanga azzurra” del regista toscano Giovanni Veronesi – con nel cast indimenticabili campioni dello sci alpino quali, Gustav Thöni, Piero Gros, Paolo De Chiesa, Ingemar Stenmark, prodotto da Domenico Procacci per la “Fandango” in collaborazione con “Luce Cinecittà”, “Rai Documentari” e con il sostegno di “IDM Film Commission Südtirol” – è stato presentato in anteprima mondiale il 18 ottobre 2024 alla 19ª edizione della Festa del Cinema di Roma, presso la sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica. Dal 21 al 25 ottobre è stato distribuito in molte sale italiane e successivamente, tra Natale e Capodanno, in data ancora da definirsi, sarà trasmesso da Rai3.
Gustav Thöni si racconta
«Ho profuso gli anni migliori della mia vita per tramutare in realtà il mio sogno di bambino: sciare e diventare un campione. Sono stato fortunato perché papà ci teneva molto. Lui era maestro di sci e anche uno sciatore stilisticamente perfetto. In epoca fascista, aveva vinto il campionato italiano dei Balilla. Nel 1951, assieme ad altri albergatori, costruì il primo skilift della Val Venosta. Nell’inverno del 1951 quando nacqui nevico molto. Quello di mia madre Anna fu un parto difficile. Aveva quasi quarant’anni e partorì in casa. Il dottore ci salvò entrambi. Ero il primo figlio. Ho imparato a sciare più o meno quando ho imparato a camminare. Il nonno mi fece i primi sci con due assi di legno, ammorbiditi nell’acqua bollente per curvare le punte. Ne ho ancora uno. L’altro non si trova più. Da piccolo ho sempre vissuto a Trafoi, una frazione del comune di Stelvio, un piccolo borgo di montagna adagiato ai piedi del “Madatschspitze” e dell’Ortles, la vetta più alta dell’Alto Adige.
Ho trascorso un’infanzia felice: alle elementari ero un alunno diligente e nei giorni di festa per tanto tempo ho fatto il chierichetto. Da adolescente sono diventato amico del parroco. A questo proposito voglio raccontare un aneddoto: il vecchio curato era stato trasferito, e pensavamo che a Trafoi non avrebbero mandato più nessuno, per poche decine di abitanti. Mio cugino Rolando e io stavamo girando in bici sul piazzale della chiesa, quando vediamo arrivare un motociclista su una Bmw, con gli occhialoni, senza casco, che ci dice: “Siete voi i ragazzi veloci? Io sono il nuovo meccanico delle anime”. Era il parroco: Vigil Klamsteiner, detto Gili. Gli insegnai a sciare e lo aiutai a riparare il tetto della chiesa. Divenne il mio primo tifoso. Quando vinsi l’oro nel gigante a Sapporo fece suonare le campane. Sono un cattolico praticante. Vado a messa tutte le domeniche. E la mia famiglia mantiene un bel rapporto con il parroco di Trafoi, che ci ha sposati e ha battezzato le nostre figlie. Ho insegnato a sciare anche a don Gilberto. Prima delle mie lezioni sciava come un boscaiolo poi ha finito per mettere in riga anche tanti esperti. Senza ricorrere ad “aiuti divini”. Quand’ero più giovane portavo assieme a alcuni miei compaesani la statua della Madonna durante la processione del lunedì di Pentecoste. Tre chilometri attraversando prati e boschi, da Trafoi al santuario dedicato all’apparizione della Madonna e delle Tre Fontane Sacre, uno dei più antichi dell’Alto Adige. Un modo per ringraziare di aver avuto grandissime soddisfazioni nella vita, sia come sportivo, ma soprattutto per la mia bella famiglia. Il mio rapporto personale con Dio mi aiuta ad accettare le stagioni della vita. C’è stato il tempo della carriera sportiva, oggi è il tempo di dedicarmi ai miei cari. Da adolescente ho frequentato le scuole medie in collegio dai frati a Merano. In quegli anni allo studio ho affiancato le competizioni sportive a livello agonistico. Le emozioni legate alle gare di sci alpino sono tuttora vivide.
La mia prima vittoria in una competizione importante risale al “Trofeo Topolino” del 1965, un “mondiale per ragazzi” poiché all’evento sportivo partecipavano piccoli atleti di una dozzina di nazioni. Sul podio mi diedero una corona d’alloro. Purtroppo non ce l’ho più. Mia zia la usò per cucinare. Nel febbraio del 1967 sulle piste di Cortina d’Ampezzo vinsi entrambi gli slalom dei Campionati Studenteschi. Arrivare a Cortina però non è stato semplice. In quel periodo ero in collegio a Merano, e ricordo di essermi alzato alle cinque per raggiungere a piedi la stazione, con due borsoni pieni di attrezzatura, scarponi compresi, e due paia di sci sulle spalle. Da qui in corriera a Bolzano, dove c’era il cambio per Cortina d’Ampezzo. Sino a quando ho gareggiato senza far parte di una rappresentativa, i trasferimenti per andare a sciare erano così. Ma nonostante la fatica, l’esperienza di Cortina ai Campionati Studenteschi nel 1967 è stata un bellissimo regalo per il mio sedicesimo compleanno. Ho vinto entrambe le gare: lo slalom speciale proprio il giorno del mio compleanno il 28 febbraio 1967, e lo slalom gigante l’indomani.
È stata anche l’occasione per mettermi sulle tracce del mio eroe d’infanzia, Toni Sailer, provando le piste che nel 1956 lo avevano reso una leggenda. Come l’“Olympia” delle Tofane e quella che oggi è la “Drusciè A di Tofana – Freccia nel Cielo”. Toni Sailer aveva vinto tre medaglie d’oro nelle gare di sci alpino ai Giochi Olimpici Invernali di Cortina 1956. Tenevo il suo libro sotto il cuscino e studiavo tutte le foto. Non avrei mai pensato che da ragazzo avrei seguito le sue orme sulla pista “Tofana” a Cortina. Lo sci è la mia vita. Grazie a questo sport ho potuto condurre una esistenza straordinaria. Lo sci è stato la chiave che mi ha aperto, quando ero un timido ragazzino di Trafoi, l’intero mondo.
Quattro Coppe del Mondo e le Olimpiadi
Tra i miei successi più belli ci sono certamente le quattro Coppe del Mondo generali. Ma anche l’oro olimpico a Sapporo nel 1972 è qualcosa di peculiare. Naturalmente anche i Campionati del Mondo a Sankt Moritz nel 1974, dove ho vinto l’oro sia in gigante che in speciale. Poi l’indimenticabile slalom parallelo con Ingemar Stenmark sulla pista di “Ronc” a Ortisei in Val Gardena nel 1975. Quella volta ho vinto io, ma poi lui mi ha superato nelle gare di Coppa del Mondo. Nello stesso anno rammento con piacere anche la storica discesa libera sulla “Streif” di Kitzbühel, in cui mi classificai secondo dietro Franz Klammer per soli tre millesimi di secondo. Fu proprio quel soffio del tempo ad aver creato la leggenda. Se avessi vinto, sarebbe stato il colpaccio più imprevedibile della mia carriera. Ma tutto si sarebbe esaurito in una celebrazione e nell’inserimento del mio nome al vertice di un altro albo d’oro. Si sarebbe insomma perso il “sale” di quella gara: per me fu invece una sconfitta con il sapore della vittoria. Tra grandi campioni, in primis Ingemar Stenmark, ci si riconosce. Ovviamente, in gara ognuno cercava di primeggiare. Ma alla sera si beveva un bicchiere assieme e si fraternizzava.
Oggi è più difficile perché ci sono molti più interessi. Il giro di denaro ha rovinato lo spirito. Gli sponsor tengono gli atleti sotto pressione. Sono cambiati i tempi, si è affinata la tecnica, migliorata l’attrezzatura, ma le doti umane del campione restano le stesse. Per competere ai massimi livelli nello sci alpino ci vogliono passione, umiltà, disciplina, sacrificio. Devi rimanere all’aperto anche quando c’è freddo. A sciare si va alla mattina presto, perché d’inverno fa subito buio. E devi avere pazienza perché i risultati non arrivano subito. Ma la fatica degli allenamenti è compensata dal fatto che sciare è prima di tutto un divertimento. Devi essere umile e saper incassare anche le sconfitte. La sconfitta è parte della carriera. Dispiace, ma serve a imparare. Si rielabora e si riparte. Lo ripeto sempre ai giovani. Quando gareggiavo io, il “circo bianco” era diverso da quello attuale.
Negli anni Settanta e Ottanta le piste non erano levigate come adesso, non esisteva la neve artificiale: quando nevicava poco, nelle curve spuntava la terra; quando nevicava troppo, si creavano delle buche tremende. Non c’erano reti di protezione nemmeno sulla “Streif” di Kitzbühel; al massimo qualche steccato. Al traguardo si arrivava in mezzo al pubblico. Gli addetti ai lavori sostengono che il mio modo di sciare era un po’ diverso da quello dei miei avversari e che inventai il cosiddetto “passo spinta”: per me era solo un semplice accorgimento tecnico per girare meglio attorno ai paletti degli slalom senza perdere velocità. Gli sci erano molto più lunghi: 2 metri e 8 quelli per lo speciale; oggi sono un metro e 65. Allora ognuno aveva un suo stile. Adesso sono bravissimi, ma tutti uguali.
Terminata la carriera agonistica ho intrapreso la carriera di allenatore. Per ben nove anni sono stato il “trainer personale” di Alberto Tomba. É stato un periodo molto emozionante che mi ha lasciato dei bellissimi ricordi e soddisfazioni. Desidero rivelare un aneddoto: mi avevano sconsigliato di allenare Alberto Tomba. “Quello è bolognese, mi dicevano, cosa vuoi che ne sappia di sci e di montagna?”. Invece è stato un grande, un vero campione. E ha dato anche un impulso allo sci, facendolo diventare un fenomeno di massa. Conservo una lettera di Alberto, in cui scrive che ognuno ha un po’ cambiato l’altro; io introverso, lui esplosivo. Voglio sfatare una diceria. Non è vero che non avesse voglia di allenarsi. Non era mattiniero e d’estate devi essere sul ghiacciaio alle sette, perché alle nove la neve è già molle.
Ma con gli sci ai piedi si impegnava moltissimo. Avevamo una concezione diversa delle competizioni. Io avrei potuto vincere più gare, ma per calcolo mi frenavo, pensando alla classifica generale. Lui avrebbe potuto vincere almeno altre due Coppe del Mondo generali, se non avesse tirato in ogni gara. Un anno saltò cinque volte di fila. Comunque a lavorare con lui mi sono divertito moltissimo. Conclusa questa emozionante esperienza professionale con Alberto Tomba ho allenato la nazionale italiana di sci alpino prima come direttore tecnico della squadra maschile e poi come direttore generale di tutte le nazionali italiane, sia maschili che femminili. Gareggiare e poi allenare sono state le mie più grandi passioni, ma non lo si può fare in eterno poiché dobbiamo accettare lo scorrere inesorabile del tempo e della vita.
Lasciato il “circo bianco” ho fatto il “brand ambassador” per alcune aziende specializzate nella produzione di materiale tecnico e abbigliamento per gli sport invernali, innanzitutto per l’azienda trevigiana “Nordica”. Ogni tanto gli organizzatori di importanti manifestazioni sportive invernali richiedono la mia consulenza vista l’esperienza che ho maturato nel settore dello sci alpino. All’infuori dello sport sono anche “testimonial” della onlus austriaca “SOS Children’s Villages” che sostiene gli orfani di guerra. Ma adesso a 73 anni, vivo la “terza età”, nel mio borgo natale Trafoi e collaboro con mia moglie Ingrid Pfaundler e la mia figlia primogenita Petra Maria alla gestione del “Family Hotel Bella Vista”.
All’albergo sono molto affezionato, perché apparteneva alla famiglia di mia mamma. Da ben 5 generazioni, la nostra famiglia lo gestisce: fondato dal mio bisnonno nel 1875 come pensione, oggi il “Bella Vista” è un hotel 4 stelle, nonché un vero e proprio punto di riferimento a Trafoi. Siamo al tornante numero 46 della statale 38 del Passo dello Stelvio. La vista sulle montagne è spettacolare. Da quando negli anni Cinquanta qui è esploso il turismo, si è sempre sciato moltissimo in queste zone. È per questo motivo che la mia famiglia da poco ha messo in cantiere un nuovo progetto denominato “Stelvio Hotels” che intende includere in un unico “brand” le quattro nostre realtà immobiliari che da anni accolgono le famiglie che scelgono Trafoi e Prato allo Stelvio per le loro vacanze in montagna: dallo storico “Hotel Bella Vista”, al nuovissimo “Ortles B&B-Hotel”, fino agli spaziosi e accoglienti appartamenti dello “Stelvio Residence” e del “Gustav Thöni Residence”.
Con “Stelvio Hotels” abbiamo deciso di racchiudere in un unico marchio la lunga esperienza maturata dalla nostra famiglia nel campo dell’ospitalità e scrivere così una nuova pagina della storia di un’eccellenza tutta altoatesina, nata 149 anni fa ai piedi del passo dello Stelvio, che si riconferma punto di riferimento per il tutto territorio. Per gestire in modo ottimale questo nuovo progetto è però indispensabile l’apporto di tutta la mia numerosa famiglia.
Anzitutto desidero ringraziare mia moglie Ingrid Pfaundler che mi ha sempre sostenuto sia da atleta che da albergatore. La nostra storia inizia nel 1972. Ci siamo fidanzati che io avevo 21 anni e Ingrid 18. Quattro anni dopo ci siamo sposati. Ero spesso in trasferta, anche per periodi lunghi, d’inverno per le gare, e d’estate per gli allenamenti sui ghiacciai del Sudamerica. Toccava a lei prendere le decisioni importanti per la famiglia. Quando sono nate le nostre tre figlie, a crescerle è stata soprattutto lei. Siamo molto diversi, ma è proprio la diversità il segreto che ci tiene insieme da quasi cinquant’anni. Oggi cerco di recuperare questo tempo sottratto alle figlie Petra Maria, Susanne e Anna, dedicandolo ai dodici nipoti.
Non so se è più faticoso fare lo sciatore professionista o il nonno. So che con loro mi diverto moltissimo, naturalmente insieme guizziamo tra i paletti, ma poi quando arriva la sera mia moglie e io siamo contenti di restituirli ai genitori. Ho cercato di esporre in modo semplice e chiaro i momenti salienti della mia vita. Chissà se ci sono riuscito perché è notorio che sono una persona affabile ma schiva e riservata».
Il ddocufilm “La valanga azzurra”
Su questo argomento Luca Steffenoni per la rivista “Scimagazine” ha scritto un esaustivo e bel articolo che propongo per ampli stralci. «La buona notizia è che lo sci non dimentica la propria storia e i prestigiosi atleti che l’hanno interpretata al meglio, quella cattiva è che senza che ce ne accorgessimo sono già passati cinquant’anni da quelle stagioni gloriose ed è tempo di anniversari e rievocazioni. Ci pensa Giovanni Veronesi regista con un passato agonistico giovanile di tutto rispetto, coadiuvato dall’autore Lorenzo Fabiano e dall’autore e produttore Domenico Procacci, a riportare in vita l’epopea azzurra e quegli incredibili anni Settanta. Momenti magici rivivono nel docufilm “La valanga azzurra”, dove il passato riemerge dagli archivi mescolandosi a un presente nel quale molti dei volti che ci hanno fatto trepidare sono tutt’altro che assenti dal mondo dello sport e della neve. È un’Italia giovane, ottimista, affamata di sci quella raccontata da Veronesi, un Paese che si affolla ai bordi delle piste e davanti al televisore per incitare la generazione di fenomeni che ha travolto ogni record possibile. Una vera valanga di successi e di emozioni regalate da personaggi che non sono stati unicamente dei campioni, ma giovani con un incredibile spessore umano e un memorabile amore per lo sport della neve.
Giovanni Veronesi ci ricorda che tutto è nato lassù, a Trafoi, un paesino incuneato tra Alto Adige e Lombardia, tra le vette dell’Ortles e le nevi dello Stelvio, da un ragazzo timido, di poche parole, destinato a diventare uno dei più grandi sciatori di tutti i tempi: Gustav Thöni, o come preferisce essere chiamato, Gustavo Thoeni. “Il ragazzo si farà”, avevano sentenziato papà Georg, maestro di sci tra Solda e Stelvio e il bormino Oreste Peccedi, che ne diventerà presto l’allenatore in azzurro. E il ragazzo si fa, alla sua maniera, come solo i grandi sanno fare, costruendo curva dopo curva quella sua inconfondibile sciata, quel “passo spinta” che sfrutta l’ingresso in curva per accelerare e guadagnare centesimi preziosi sugli avversari. Attorno ai suoi primi successi, clamoroso il debutto ai Giochi Olimpici invernali di Sapporo 1972 con una medaglia d’oro nello slalom gigante e quella d’argento in slalom speciale, si coagula un gruppo di atleti straordinari, una vera squadra che saprà porre l’appartenenza al gruppo al di sopra delle sfide che uno sport individuale come lo sci, richiede a ciascuno di loro.
Il resto è storia, una meravigliosa storia di sport che celebra la sua data di nascita il 7 gennaio 1974 in un lembo di terra di Baviera che si incunea nel Salisburghese, a Berchtesgaden, lassù “Dove osano le aquile”, come recita il titolo involontariamente profetico del celebre film girato alle pendici del rifugio panoramico Kehlsteinhaus. Slalom gigante di Coppa del Mondo e cinque italiani ai primi posti per una delle imprese più clamorose dello sport azzurro. Piero Gros a precedere Gustavo Thoeni, Erwin Stricker, Helmuth Schmalzl e Tino Pietrogiovanna, che chiude la sfilata tricolore sotto gli occhi lucidi del direttore tecnico Mario Cotelli e dell’allenatore degli slalomisti Oreste Peccedi.
Il mondo dello sci internazionale è in subbuglio, scoprendo la forza e la potenza di quella che da quel giorno sarà nominata la “Valanga Azzurra”, e sente rimbombare in tutto l’arco alpino l’eco dei nomi che avranno l’onore di farne parte assieme a Gustavo: Piero Gros, Fausto Radici, Paolo De Chiesa, Helmuth Schmalzl, Rolando Thoeni, Tino Pietrogiovanna, Erwin Sticker, Herbert Plank, Stefano Anzi, Ilario Pegorari, Franco Bieler, Giuliano Besson. Di campioni e campionesse l’Italia ne aveva prodotti già parecchi, da Zeno Colò a Celina Seghi, da Carlo Senoner a Giustina Demetz, ma una concentrazione di tale portata in un periodo tanto prolungato, non si era mai vista e forse non si vedrà mai più. Qualcuno dei grandi della “Valanga Azzurra” ci ha lasciato prematuramente, altri calcano ancora le piste da sci e gli studi televisivi e volentieri hanno partecipato alla realizzazione di questo docufilm, con Gustavo, Piero e Paolo in ottima forma che ci deliziano attraverso il racconto di una cavalcata che, come la giovinezza, sembrava non dovesse finire mai.
A coronare quel magico 1974 i Mondiali di Sankt Moritz con il doppio oro di Gustavo nei due slalom e il bronzo di Piero in gigante. Per cinque stagioni consecutive la sfera di cristallo fu sollevata al cielo da un azzurro: quattro volte Thoeni, una Gros e un medagliere olimpico che si arricchisce a Innsbruck 76, in casa degli avversari austriaci, con l’oro di Piero Gros in speciale, l’argento di Gustavo in gigante, il bronzo di Herbert Plank in discesa e un altro importante argento in speciale, quello proveniente dalla “Valanga Rosa” capitanata da Claudia Giordani, che si va affiancando con successo alla squadra maschile. Ogni episodio di questa storia è un thriller, una sfida, un duello con avversari prestigiosi, Hans Hinterseer, Bernard Russi, Heini Hemmi, Kaiser Franz Klammer, autore di una sfida leggendaria al centesimo di secondo sulla temibile Streif di Kitzbuhel, dove Thoeni incide un’altra pagina della sua leggenda, ma soprattutto lui, il ricciolino dagli occhi di ghiaccio, lo slalomista più vincente di tutti i tempi, Sua Maestà Ingemar Stenmark.
Non poteva che essere lui l’autore, assieme a Thoeni, della sfida del secolo, l’Italia-Germania 4-3 dello sci azzurro, l’“Ok Corral” dello slalom parallelo del Ronc a Ortisei, dove il 23 marzo i due scrivono il leggendario finale della Coppa del Mondo 1975 davanti a 40.000 persone assiepate ai bordi della pista e arrampicate fin sulla cima dei larici. Oggi Ingo è un atletico signore, che non ha mai smesso di fare sport, che torna spesso in Italia e che con gli anni, così come l’amico-nemico Gustavo, si è assuefatto alle telecamere e come un attore consumato sa ben trasmettere a tutti noi, attraverso le immagini del docufilm prodotto da Fandango un po’ del pathos e dell’adrenalina che hanno contraddistinto quella la sfida infinita.
Come in tutte le belle favole anche sulla “Valanga Azzurra” nel finire del decennio sono destinati a scorrere i titoli di coda. È un finale tragico quello che ci priva dell’enorme talento del giovane Leonardo David, più che una promessa della grande scuola italiana. Il terribile incidente sulle nevi di Lake Placid il 3 marzo 1979 con la caduta in discesa libera e un conseguente stato vegetativo ci toglierà un talento cristallino, il primo a riconoscerlo e a incoronarlo fu proprio Ingo, e chiuderà il sipario su un sogno, quello che la “Valanga Azzurra” potesse autoalimentarsi producendo campioni in eterno. Dovremo attendere qualche anno perché il testimone dei ragazzi imbattibili passi a un altro giovane che ne sarà il degno erede, un fenomenale atleta nato in pianura, di nome Alberto Tomba. Alberto, anche lui presente nel docufilm, porterà di nuovo il tricolore a svettare sui podi di tutto il mondo regalandoci una nuova favola, rimanendo sempre fedele all’idea che senza “Valanga Azzurra”, senza Gustavo Thoeni che ne diverrà mentore, allenatore e soprattutto amico, non ci sarebbe stato il “fenomeno Tomba”».
Una carriera sportiva da Campione
Gustav Thöni, classe ’51, è uno dei più grandi sciatori italiani di tutti i tempi. Nativo di Trafoi, frazione del comune di Stelvio, Thöni ha vinto per quattro volte la Coppa del Mondo generale (1971, 1972, 1973 e 1975), e una volta si è classificato secondo nel 1974. Nel suo palmares ci sono anche cinque Coppe del Mondo di specialità, successi ai Mondiali e alle Olimpiadi: ha vinto l’oro nello slalom gigante e l’argento nello slalom speciale agli XI Giochi Olimpici invernali di Sapporo 1972, l’argento nello slalom speciale ai XII Giochi Olimpici invernali di Innsbruck 1976, due ori (slalom gigante e slalom speciale) ai Mondiali di Sankt Moritz 1974. Vanno inoltre aggiunti i due titoli mondiali in combinata del 1972 e del 1976, validi per l’albo d’oro dei Mondiali ma non per le Olimpiadi.
Come allenatore, ha guidato la nazionale italiana e per anni ha seguito personalmente Alberto Tomba, contribuendo ai suoi successi (tra i quali la vittoria della Coppa del Mondo generale, terzo italiano a riuscirci dopo lo stesso Thöni e Piero Gros). Thöni era arruolato nella Guardia di Finanza e fece parte del Gruppo Sportivo Fiamme Gialle. Inizialmente allenato dal padre Giorgio, si mise in luce ai Campionati italiani juniores del 1969, aggiudicandosi il titolo nella discesa libera, nello slalom gigante e nello slalom speciale. Esordì in Coppa del Mondo nella stagione 1969/1970, e al suo esordio, l’11 dicembre 1969, vinse lo slalom gigante di Val d’Isére; in quella stagione, grazie anche a nove podi (4 vittorie – tra le quali i due slalom giganti disputati sulla 3-Tre di Madonna di Campiglio – 4 secondi posti, 1 terzo posto) si aggiudicò la sua prima Coppa del Mondo di slalom gigante e si piazzò al terzo posto nella classifica generale.
Nel 1970-1971 migliorò ulteriormente il suo rendimento in Coppa del Mondo: in quella stagione i podi furono dodici (4 vittorie, 4 secondi posti, 4 terzi posti) e Thöni vinse la sua prima coppa di cristallo assoluta, oltre a bissare quella di slalom gigante e a piazzarsi secondo nella classifica di slalom speciale. Anche nel 1971-1972 vinse sia la Coppa assoluta, sia quella di slalom gigante; i podi in questo caso furono sette (1 vittoria, 4 secondi posti, 2 terzi posti). Debuttò inoltre ai Giochi Olimpici invernali: a Sapporo 1972 vinse la medaglia d’oro nello slalom gigante, quella d’argento nello slalom speciale (entrambe le medaglie erano valide anche ai fini dei Mondiali 1972) e si classificò 13° nella discesa libera. Vinse inoltre la gara di combinata, disputata in sede olimpica ma valida soltanto ai fini iridati.
Nel 1972-1973 giunsero la terza Coppa del Mondo generale e la prima di slalom speciale; i podi furono sette, con 3 vittorie (tra le quali quella nel prestigioso slalom gigante della Chuenisbärgli di Adelboden), 3 secondi posti e 1 terzo posto. Nel 1974 ai Mondiali di Sankt Moritz, Thöni vinse l’oro sia in slalom gigante (rimontando nella seconda manche dall’8^ posizione ottenuta nella prima) sia in slalom speciale. In Coppa del Mondo invece non riuscì a confermarsi al vertice della classifica generale, battuto dal compagno di squadra Piero Gros; ottenne comunque otto podi (3 vittorie – bissando tra l’altro il successo sulla Chuenisbärgli -, 3 secondi posti e 2 terzi posti) e vinse la sua seconda Coppa di slalom speciale.
Il 7 gennaio a Berchtesgaden fu tra l’altro uno dei protagonisti di un risultato storico per la nazionale italiana: quel giorno ai primi cinque posti dello slalom gigante si piazzarono cinque sciatori azzurri e Thöni fu secondo dietro a Gros e davanti a Erwin Stricker, Helmuth Schmalzl e Tino Pietrogiovanna; fu in quell’occasione che fu coniata l’espressione “Valanga Azzurra”. Nel 1974-1975 tornò ad aggiudicarsi la Coppa assoluta, grazie alla vittoria conquistata nell’ultima gara, lo slalom parallelo della Val Gardena del 23 marzo, su Franz Klammer e Ingemar Stenmark, arrivati alla prova decisiva con gli stessi punti in classifica di Thöni.
Quell’anno colse inoltre il suo miglior piazzamento in discesa libera: il secondo posto, rimasto negli annali, sulla celebre Streif a Kitzbühel il 18 gennaio, dietro a Klammer per soli tre millesimi di secondo. Ai XII Giochi Olimpici invernali di Innsbruck 1976 fu il portabandiera dell’Italia durante la cerimonia di apertura e vinse, come quattro anni prima, la medaglia d’argento nello slalom speciale (valida anche ai fini dei Mondiali 1976); si classificò inoltre 26° nella discesa libera e 4° nello slalom gigante e si aggiudicò nuovamente la medaglia d’oro nella combinata iridata, disputata contestualmente alle Olimpiadi.
Ai XIII Giochi Olimpici invernali di Lake Placid 1980 fu per la seconda volta l’alfiere italiano durante la cerimonia di apertura e si classificò 8° nello slalom speciale. Ottenne il suo ultimo piazzamento in carriera il 15 marzo 1980 a Saalbach, quando fu 15° nello slalom speciale di Coppa del Mondo. Ritiratosi dall’attività agonistica, Thöni ha intrapreso la carriera di allenatore. Ha contribuito in questa veste ai successi di Alberto Tomba, di cui è stato allenatore personale per nove anni, dal 1989 al 1996; in seguito è stato allenatore della nazionale italiana prima come direttore tecnico della squadra maschile e poi come direttore generale di tutte le nazionali italiane, sia maschili sia femminili.