La cerimonia si terrà durante l’inaugurazione dell’anno accademico

Il compositore e produttore discografico altoatesino Giorgio Moroder, 85 anni, racconta i momenti salienti della sua lunga carriera iniziata negli anni Sessanta e tuttora ricca di soddisfazioni. Il 28 gennaio 2026 avrà luogo a Bolzano la cerimonia di conferimento da parte della Libera Università di Bolzano del prestigioso riconoscimento accademico all’illustre “figlio della Val Gardena”

[ Giorgio Moroder si esibisce in un “dj set” a Monaco di Baviera – © Stephan Rumpf / Süddeutsche Zeitung ]

di GianAngelo Pistoia

Bolzano – Nella seduta dello scorso dicembre, il Consiglio della Libera Università di Bolzano (Unibz) ha deciso il conferimento del titolo di “Senator Honoris Causa” al produttore discografico e compositore gardenese Giorgio Moroder. In aggiunta, ha deciso di conferire al magistrato altoatesino Benno Baumgartner la “Medaglia di benemerito della Libera Università di Bolzano”. Il Consiglio dell’Università dell’ateneo altoatesino onora due personalità originarie del territorio che si sono distinte per il loro impegno nella promozione della cultura, della scienza, dell’istruzione e del dialogo tra ricerca, economia e società. La cerimonia di conferimento delle due onorificenze si terrà durante l’inaugurazione dell’anno accademico, in programma mercoledì 28 gennaio 2026 alle ore 17.00 nell’aula magna del Campus Centro di Bolzano.

[ Campus Centro della Libera Università di Bolzano – © “unibz” press office ]

Chiosa il promotore dell’iniziativa e vice-presidente della Libera Università di Bolzano, Antonio Lampis: «Nato a Ortisei in Val Gardena, Giorgio Moroder è considerato una figura chiave nell’evoluzione della musica contemporanea: la sua produzione ha contribuito a definire un linguaggio sonoro che ha influenzato generazioni di artisti e produttori. Accanto alla dimensione artistica, l’Università nominando Moroder suo “Senator Honoris Causa”, ne valorizza anche la capacità di coniugare creatività e visione imprenditoriale, anticipando dinamiche oggi centrali nelle industrie culturali e nell’economia creativa. Giorgio Moroder è un esempio che richiama, in chiave contemporanea, la connessione tra formazione, qualità del contesto territoriale e capacità di innovazione: un tema particolarmente rilevante per una comunità come quella altoatesina, dove cultura diffusa e propensione all’eccellenza hanno storicamente sostenuto anche lo sviluppo economico».

[ Spettacolo “Oops – A Light and Music Show for UNICEF” a Bressanone – © Brixen Tourismus / Argento-Artistry ]

Sempre in Alto Adige, ma questa volta a Bressanone, Giorgio Moroder è stato protagonista di un altro evento culturale svoltosi dal 21 novembre 2025 al 6 gennaio 2026. Ha composto la colonna sonora dello spettacolo “Oops – A Light and Music Show for UNICEF”. Lo show si è svolto nel cortile della Hofburg, il Palazzo Vescovile di Bressanone, un affascinante edificio storico che offre oltre 1.000 metri quadrati di superficie. Grazie all’uso di ben 10 proiettori monumentali, le sue architetture hanno preso vita, trasformandosi in un sogno di luce e colore che ha catturato l’immaginazione degli spettatori. L’architettura unica della Hofburg, con il suo cortile suggestivo, ha reso l’esperienza ancora più immersiva, avvolgendo il pubblico in un gioco di luci e suoni senza eguali.Show originale ed emozionante sospeso tra magia e realtà realizzato dagli artisti francesi di “Spectaculaires – Allumeurs d’Images”, veri maestri del videomapping monumentale, e da Giorgio Moroder autore delle melodie.

[ Panoramica del paese di Ortisei in Val Gardena – © Wolfgang Moroder (Wikimedia Commons – CC BY-SA 4.0) ]

Giorgio Moroder, sebbene da decenni viva Beverly Hills in California negli Stati Uniti, non ha mai dimenticato le sue origini. Anche oggi, dall’altra parte dell’oceano, racconta di sentire spesso i suoi familiari rimasti a Ortisei. E ricorda con gratitudine quella terra che gli ha insegnato il rigore, il silenzio e l’armonia dei contrasti. La Val Gardena è orgogliosa del suo figlio più illustre. Lo celebra non solo per i successi, ma per l’identità forte che ha mantenuto nel tempo, per quella capacità rara di portare l’Alto Adige nel mondo e il mondo in Alto Adige.

Giorgio Moroder racconta. «Le Dolomiti mi mancano in California. Se sei nato e hai trascorso la tua adolescenza in un luogo speciale come la Val Gardena, le Dolomiti diventano parte di te e te le porti dentro per tutta la vita. Di tanto in tanto fa bene rivederle, toccarle, vedere “l’enrosadira”, respirare il profumo dei pascoli nel parco naturale e vagabondare tra le distese fiorite dei prati alpini del gruppo del Sella, proprio come facevo da bambino. Non è certo facile spiegare a un americano dove si trova l’Alto Adige. Dico semplicemente che è l’angolo più bello del mondo. Poi cito il film “Cliffhanger – L’ultima sfida” con Sylvester Stallone, così alla gente compare subito un’immagine davanti agli occhi. A volte guardo lo skyline di una metropoli americana e vedo le cime delle Dolomiti, proprio come accadeva a un mio conterraneo famoso Luis Trenker in uno dei suoi film. La propria terra natia non si scorda mai. Sono soprattutto la pace e la tranquillità che mi attirano qui ogni anno. Naturalmente anche i ricordi d’infanzia. E ogni anno è sempre un piacere partire da Beverly Hills, dove ora vivo e ritornare a Ortisei in Val Gardena. Mi piace visitare anche le vallate limitrofe, la Val di Fassa e la Valle di Primiero con le splendide Pale di San Martino. In queste incantevoli vallate ricarico le mie batterie fisiche e mentali, e riparto pronto ad affrontare nuove sfide musicali».

[ Un conterraneo famoso di Giorgio Moroder, Luis Trenker in veste di regista cinematografico in una foto vintage ]

A fare queste considerazioni con tono pacato e cordiale è Giorgio Moroder, ottantacinque anni, unanimemente considerato un “mago della musica”, l’inventore a livello mondiale della disco music elettronica e tra i più influenti compositori e produttori di colonne sonore per film, per canzoni di successo e per eventi sportivi (Olimpiadi e Mondiali di Calcio). Titoli appropriati, lo dimostrano i numerosi riconoscimenti che gli sono stati conferiti nel corso della sua lunga carriera e fra i quali spiccano tre “premi Oscar” – vinti nel 1979 per la migliore colonna sonora con il film “Fuga di Mezzanotte”, nel 1983 per la migliore canzone “What a Feeling” del film “Flashdance” e nel 1987 per la migliore canzone “Take My Breath Away” del film “Top Gun” – oltre a quattro “Golden Globe” e a quattro “Grammy Awards”. Giorgio Moroder ha lavorato con i grandi dell’industria discografica, tra i quali Elton John, David Bowie, Freddie Mercury, Barbra Streisand, Cher e molti altri.

[ Giorgio Moroder con alcuni dei premi vinti in carriera – © Wolfgang Moroder (Wikimedia Commons – CC BY-SA 3.0) ]

I suoi tre Oscar, sono la prova di un’incredibile creatività e del suo ruolo di precursore nel settore musicale. La sua vita è degna di un romanzo e merita di essere raccontata, seppur a grandi linee. Quella di Giorgio Moroder è la classica carriera del “self made man”, ovvero dell’uomo che con la sola propria tenacia, caparbietà e laboriosità riesce a imporsi in un ambiente competitivo qual è il mondo dello spettacolo.

Dagli esordi agli anni Ottanta. Giorgio Moroder nasce ad Ortisei in Alto Adige il 26 aprile 1940 da una famiglia medio borghese. Alcuni dei suoi parenti sono dei talentuosi artisti. «Luis Trenker (1892 – 1990) sportivo, eclettico attore, scrittore, regista ed alpinista, anche lui originario della Val Gardena ma non mio parente, è la dimostrazione di come tutto sia possibile se si crede fermamente in ciò che si fa, si resta fedeli alle proprie idee e si sceglie quella che per noi stessi è la strada più logica tra quelle praticabili. Fa parte della nostra natura di gardenesi andare oltre i confini, è sempre stato così e lo è ancora oggi – afferma Giorgio Moroder e prosegue – Da ragazzino mi piaceva suonare la chitarra. Quante volte dopo la scuola mi sedevo in camera mia e, guardando le montagne circostanti, sognavo di fare il grande salto. A quel tempo nessuno immaginava che sarebbe successo davvero, tanto meno me». Il suo talento e il suo amore incondizionato per la musica, però, gli hanno indicato chiaramente la strada da seguire. A 19 anni iniziò a girare l’Europa con diversi gruppi musicali. Il fatto che i suoi genitori lo esortassero a trovare un “lavoro sicuro” lo fece appassionare sempre più alla musica. Fu così che nel 1967 prese l’importante decisione di dedicarsi alla sua grande passione, scrivere canzoni e comporre. Nel 1969 raggiunse il successo come “Giorgio” nelle classifiche francesi, italiane e spagnole con il brano bubblegum pop “Luky Luky”. Da quel momento in poi si interessò di produzioni musicali e la sua principale fonte d’ispirazione furono le innovazioni tecnologiche di quegli anni.

[ Giorgio Moroder nel suo studio davanti a dei sintetizzatori – © www.giorgiomoroder.com ]

Fu il precursore dell’uso del sintetizzatore, a quel tempo, spesso criticato perché considerato una “macchina senza anima per fare musica” e che diventò poi la base per tutta la musica pop degli anni seguenti. Nel 1970 produsse il primo successo in lingua tedesca che prevedeva l’uso del sintetizzatore: “Arizona Man” nella versione di Mary Ross arrivò al nono posto delle classifiche. Anche il seguente e suo primo grande successo, “Son of My Father” del 1972, prodotto con Pete Bellotte, suo collaboratore già da molti anni, prevedeva l’uso del sintetizzatore, ma in questo brano la componente elettronica non aveva ancora quel ruolo di primo piano. A Monaco di Baviera fondò la sua prima casa discografica, la “Musicland”, e nel 1973 iniziò a lavorare con Donna Summer, ex cantante musical originaria di Boston che era approdata a Monaco, dove viveva sola con la figlia, dopo un tour europeo del musical hippie “Hair”. Il successo per la Summer, così come per Moroder, arrivò nel 1976 con i 17 minuti dell’epopea erotica “Love to Love You, Baby”. Nel febbraio del 1976 “Love to Love You Baby” raggiunse il secondo posto delle classifiche americane; il genere disco era nato.

[ Giorgio Moroder con Donna Summer a Monaco di Baviera – © Echoes / Redferns ]

«Credo che abbiamo inventato il “sound basso batteria” e il “sound basso”, che sono diventati parte della disco music moderna – ricorda Giorgio Moroder e precisa – Negli anni di apprendistato avevo intuito i segreti della trasposizione del funk e soul americano in chiave europea, cioè l’essenza della dance. Punto primo, il ritmo. Il pop e il rock hanno due tempi, veloce e lento, la dance ne ha uno solo, un ritmo medio veloce sui 120 battiti al minuto, con la cassa della batteria che marca tutti i quarti della battuta, il famoso “four on the floor”. Un altro ingrediente della dance è l’elettronica. Dopo aver ascoltato il primo sintetizzatore, capii che era proprio quello il tocco di futuro che mancava all’utopia danzereccia. Dopo le prime prove il risultato fu quel capolavoro elettro-erotico di “I Feel Love” che stabilì i canoni dance: melodia, tappeti radianti di sintetizzatori, incastri (molto più raffinati di quanto sembra al primo ascolto) di sequenze programmate. Uno stile che funziona ancora in tutto il mondo, fino a Lady Gaga». Nel 1977 la canzone di successo “I Feel Love” di Donna Summer raggiunse le prime posizioni delle classifiche britanniche. Con i suoi loop ripetitivi creati con il sintetizzatore, negli anni Novanta, Moroder influenzava ancora numerosi produttori di musica da ballo elettronica. Nel 1978 Moroder si trasferì negli Stati Uniti e compose la colonna sonora del film “Fuga di Mezzanotte”. Il suo primo tentativo in questo ambito fu subito premiato con un Oscar.

[ Giorgio Moroder vince il premio Oscar per la colonna sonora del film “Fuga di Mezzanotte – © www.giorgiomoroder.com ]

In seguito ha composto e prodotto colonne sonore per un totale di una dozzina di film, tra i quali “Top Gun”, “Scarface”, “Flashdance” e “American Gigolò”. Ha inoltre contribuito alla stesura dell’inno ufficiale per le Olimpiadi di Los Angeles del 1984 con “Reach Out”, dei Giochi Olimpici di Seul del 1988 con “Hand in Hand” e dei Mondiali di Calcio del 1990 con “To Be Number One”. É sua anche la canzone “Forever Friends” scritta per le Olimpiadi di Pechino del 2008. «Il mio metodo di lavoro – spiega Giorgio Moroder – ha a che fare con la produzione, non con l’arte». Sull’argomento Moroder ha le idee chiare: «la disco non è arte o roba seria, è fatta per ballare, e so che la gente vorrà ballare sempre». Del resto nelle sue interviste una costante di Giorgio Moroder è di apparire quasi inafferrabile a forza di confessioni («nei testi delle canzoni non ho niente di importante da dire»), di disimpegno («sarebbe stupido raccontare i problemi del mondo a persone che stanno ballando») o di understatement («non sono così complicato o intelligente come compositore, e non sono interessato a diventarlo»).

[ Giorgio Moroder in un momento di relax alla fine degli anni Ottanta – © Huynh / Associated Press ]

Ma saranno del tutto veritiere queste sue affermazioni? Basta discutere con un “dj” o con un musicologo per capire a quale punto Giorgio Moroder abbia rivoluzionato la dance music con i suoi motivi al sintetizzatore e influenzato intere generazioni di artisti della scena disco, techno e hip-hop. È l’anello di congiunzione tra il lavoro sperimentale di Stockhausen e Cage e le performance di Jeff Mills e Afrika Bambaataa, con in mezzo lo “Studio 54” di New York.

Anni Novanta. Negli anni Novanta di Giorgio Moroder si erano quasi perse le tracce. Viveva a Beverly Hills in California in modo tranquillo e ritirato, godendosi la sua fama infinita guadagnata in anni di innovazioni nel campo della musica a trecentosessanta gradi, col suo inconfondibile tocco futuristico, visionario, pop e straniante al tempo stesso. Tant’è che a un certo punto attorno alla sua figura si era creato quasi un alone di mistero e sicuramente uno di culto assoluto.

Seconda decade degli anni Duemila. Verso la fine del maggio 2012 Giorgio Moroder è riapparso, quale ospite d’onore dell’International Music Summit (I.M.S.), una sorta di vertice mondiale dei “dj” a Ibiza. Pochi giorni prima si era esibito di fronte a un parterre di “celebrities” in occasione del gala Amfar durante il Festival di Cannes. «Sono troppo generosi a invitarmi» si schermisce Moroder ammettendo che non gli dispiace fare il “dj”. «Sto ricevendo molte proposte che sto valutando. Mixare i miei pezzi e quelli di altri artisti alla consolle è divertente in un certo contesto. Ho iniziato per caso. Nel 2012 la maison Louis Vuitton mi chiese di fare una piccola performance con un “dj-set” di 15 minuti per un “fashion show” a Parigi. Da allora ho tenuto centinaia di “dj set” ovunque.

[ “Dj set” di Giorgio Moroder all’Alpe di Tognola a San Martino di Castrozza in Trentino – © Ufficio Stampa P.A.T. ]

Ricordo con piacere anche quello del 7 aprile 2019 all’Alpe di Tognola a San Martino di Castrozza in Trentino. Mi piace girare il mondo e far ballare la gente. Mi diverte e mi impegna creativamente, al punto da suonare spessissimo da “Giorgio’s”, un club dedicato a me che si trova all’interno dello Standard Hotel di Hollywood. I “dj” di oggi sono come i direttori di orchestra, puoi comandare e controllare il ritmo di trentamila persone. Non si tratta di ispirazione, bensì di traspirazione!». Se nel 2012 si è reinventato quale “dj planetario”, è nell’anno successivo, che è diventato nuovamente l’artista del momento, con la band parigina “Daft Punk” che gli ha eretto un monumento nel suo album “Random Access Memories” uscito il 21 maggio 2013. Nel disco hanno condiviso con Moroder un pezzo della durata di nove minuti intitolato “Giorgio by Moroder”, che è una specie di bio-song, nella quale il grande produttore prima racconta col suo inglese gutturale alla Thomas Mann gli inizi della carriera e poi dà spazio a un campionario dei suoi suoni e della concezione del ritmo, del ballo e delle sonorità proto-futuribili che lo resero inconfondibile.

[ I “Daft Punk” al 56° “Annual Grammy Awards 2014” svoltosi al Staples Center di Los Angeles – © Tsuni / USA ]

La frase iconica di questo brano «My name is Giovanni Giorgio, but everybody calls me Giorgio» (Il mio nome è Giovanni Giorgio, ma tutti mi chiamano Giorgio) celebra la sua vita e la sua carriera, enfatizzando il suo ruolo di pioniere della musica elettronica e disco e anche come simbolo di un ponte vivente tra passato, presente e futuro della musica. «Sono diventato famoso in tutto il mondo negli anni Settanta e Ottanta, ma le ultime generazioni mi hanno invece conosciuto solo dopo essere stato riportato alla ribalta nel 2013 dai “Daft Punk” – chiosa Giorgio Moroder e puntualizza – Thomas Bangalter e Guy-Manuel de Homem-Christo, ovvero i “Daft Punk” mi hanno chiesto se gradivo collaborare con loro, ma io non avevo un’idea di quello che avessero in mente, pensavo di andare in studio, magari suonare il pianoforte e creare un brano. Invece no, loro volevano solo che parlassi della mia vita. Non ho più sentito niente per mesi e non avevo idea di come volessero unire la musica con le mie parole. Poi mi hanno fatto sentire il pezzo e mi è piaciuto immediatamente, hanno fatto un bel lavoro.

[ Giorgio Moroder con Guy-Manuel de Homem-Christo dei “Daft Punk” – © Mark Davis / WireImage ]

È stato grazie a quella collaborazione che ho avuto l’idea di tornare sulla scena musicale. Normalmente un artista che non lavora più da anni non decide di punto in bianco di pubblicare un disco nuovo, deve avere un motivo valido. Io non sono un cantante, ma compongo solo le musiche, devo avere qualcuno che canta sulle mie basi. Quindi non sarei potuto andare, per esempio, da Britney Spears e chiederle di collaborare a una canzone con me perché lei non lo avrebbe mai fatto. E poi senza l’aiuto di una casa discografica non sarei riuscito a realizzare niente. Ho vagliato delle offerte e alla fine ho scelto Sony perché ho pensato che avrei potuto fare delle belle canzoni con gli artisti del loro catalogo. Ho scelto la casa discografica proprio per gli artisti con cui avrei potuto collaborare poiché tu puoi voler lavorare con chiunque, ma se quel particolare cantante non fa parte della tua casa discografica, una collaborazione è impossibile.

È stata un po’ una combinazione tra le idee della casa discografica, le mie proposte e quelle del mio manager. È stata una selezione abbastanza complessa – afferma Giorgio Moroder e rivela – Le mie idee non erano ben chiare. Io non avevo più un gran successo, non ero più al livello, per esempio, dei “Daft Punk” o di Pharrell Williams, quindi non mi aspettavo di collaborare con grandi artisti. Io ero già contentissimo di Charli XCX. Poi quando abbiamo iniziato a parlare di Britney Spears ho pensato: “wow la Spears vuole fare un pezzo con me!” È stata una selezione abbastanza lunga, ci ho messo quasi due anni per completare il disco».

[ Giorgio Moroder e la copertina dell’album “Déjà Vu” – © Kathryna Hancock Photography // RCA Records – Sony Music E. ]

Da questo laborioso parto è nato un album, per nulla scontato, “Déjà Vu”, uscito il 16 giugno 2015, a trent’anni dall’ultimo registrato con Philip Oakey degli “Human League” nel 1985. «Ho registrato un nuovo disco perché me lo hanno chiesto, altrimenti non so se lo avrei fatto, credo non ci sarei riuscito – confessa Giorgio Moroder e aggiunge – “Déjà Vu” è composto da dodici canzoni e si avvale di otto diverse collaborazioni, da Britney Spears a Sia, da Kylie Minogue a Charli XCX passando per Mikky Ekko, per l’americano Matthew Koma e Kelis. Kelis, che ha una voce incredibile, in studio mi ricordava Donna Summer con cui ho registrato tanti dischi. Certo, da allora sono cambiate molte cose: quando negli anni Settanta incidevo con Donna, tra me e lei non c’erano filtri, alzavo il telefono e la chiamavo, passavamo giornate in studio assieme, fianco a fianco, ore, giorni. Oggi non è più così, gli artisti sono sempre impegnati, vivono in città diverse, hanno innumerevoli progetti paralleli e così per registrare il pezzo con Sia sono dovuto passare attraverso il manager e non l’ho mai nemmeno incontrata. I tempi cambiano».

[ Giorgio Moroder durante un “dj set” a Ferropolis in Germania – © S. Bollmann (Wikimedia C.– CC BY-SA 4.0) ]

Hanno chiesto a Giorgio Moroder se è stato difficile portare le sonorità degli anni Settanta e Ottanta ai giorni nostri e perché ora predilige fare il “dj” ed organizzare dei “dj set” non solo nelle discoteche ma anche in ville, nelle piazze, nei parchi e in tante altre “location”. Serafico risponde: «Per quanto riguarda i suoni, no, è stato facilissimo, perché ne ho fatti a centinaia negli anni. Il problema, però, è stato che all’inizio volevo fare un album con musica disco, poi mi sono reso conto di dover realizzare qualcosa di nuovo, però con un tocco retrò, un po’ come hanno fatto i “Daft Punk” con “Random Access Memories”. Quindi ho realizzato un album che è una combinazione tra suoni retrò e genere EDM (acronimo di Electronic Dance Music, come viene oggi chiamata la musica dance). Mi sono riposato un po’ dopo il lancio dell’album “Déjà Vu” ma poi sono tornato a fare molte serate come “dj” non solo in discoteca – sorride Giorgio Moroder e precisa – ho allestito dei “dj set” anche all’aperto a Roma, Milano, Parma e in tante altre metropoli del mondo».

[ Banner della tournée “The Celebration of the 80’s” svoltasi nel 2019 e organizzata da GEALive ]

La seconda decade degli anni Duemila a livello artistico è stata intensa ma proficua per Giorgio Moroder. Ma chi pensa che il disco “Déjà Vu” del 2015 abbia rappresentato il canto del cigno del compositore e produttore altoatesino prima di un nuovo “buen retiro” è decisamente fuori strada. Giorgio Moroder nella primavera del 2019 ha girato l’Europa con la tournée live “The Celebration of the 80’s”, la prima in assoluto nella sua lunga carriera. A 78 anni ha deciso di salire sul palco con una band completa e cantanti per un tour strutturato, abbandonando la sua storica riservatezza da studio. Moroder si esibiva al pianoforte e con i sintetizzatori/vocoder, accompagnato da una band di 10 elementi e 4 vocalist, eseguendo i suoi più grandi successi (come quelli per Donna Summer, David Bowie e i “Daft Punk”) e condividendo aneddoti personali della sua carriera.

Dal 2020 a oggi. Nel lasso di tempo tra il 2020 e il 2024 Giorgio Moroder ha continuato la sua attività di produttore e artista, collaborando su remix (come per Katy Perry nel 2020) e lavorando su nuovi progetti musicali oltre che a esibirsi in nuovi “dj set”. Quindi il suo approccio professionale si è focalizzato più su produzioni mirate ed estemporanee piuttosto che su grandi lanci discografici personali. In tutta la sua carriera Moroder ha sempre cercato, e spesso trovato, la musica del futuro. L’ha cercata anche per l’album “Hurry Up Tomorrow” di The Weeknd (pseudonimo di Abel Makkonen Tesfaye) uscito il 31 gennaio 2025. È il sesto disco in studio dell’artista canadese e conclude la trilogia iniziata con “After Hours” (2020) e “Dawn FM” (2022). “Hurry Up Tomorrow” coniuga musica elettronica ricca di synth e intrisa di disco, che ricorda i Daft Punk e le opere dello stesso Moroder, con tracce caratterizzate da sintetizzatori operistici e melodie orecchiabili.

[ Giorgio Moroder e l’artista canadese The Weeknd (pseudonimo di Abel Makkonen Tesfaye) ]

L’apporto di Giorgio Moroder all’album “Hurry Up Tomorrow” è evidente soprattutto nel brano “Big Sleep”. Il recente disco di The Weeknd è un capolavoro riflessivo, guidato dai sintetizzatori, fortemente influenzato dal leggendario suono elettronico di Giorgio Moroder, che segna un vero e proprio passaggio di testimone. «Sono entusiasta di continuare a colmare il divario tra il passato e il futuro con Abel – ha affermato Moroder in una intervista rilasciata a “Variety” – creando qualcosa di senza tempo e allo stesso tempo innovativo».

[ Giorgio Moroder nella sua casa a Beverly Hills in California – © Jennica Abrams / Jennica Mae Photography ]

Chissà quali saranno i nuovi progetti professionali per il 2026 e oltre dell’“arzillo vecchietto” della Val Gardena. Sicuramente il “buen retiro”, a Beverly Hills e a Ortisei, può attendere. «Le nuove generazioni di musicisti mi incuriosiscono. D’altronde anch’io devo ringraziare i “Daft Punk” per avermi nel 2013, dopo alcuni decenni di oblio, riportato in auge – chiosa Giorgio Moroder che conclude – ai miei “giovani colleghi” desidero dare un consiglio. Grazie alle innovazioni tecnologiche e all’avvento dell’intelligenza artificiale è oggi molto più facile lavorare e interagire con persone di tutto il mondo. Tuttavia, o forse proprio per questo, è difficile distinguersi dalla massa. Però, se siete sicuri del fatto vostro, non arrendetevi mai. Il successo prima o poi arriverà».