Davide Orler (1931-2010) originario di Mezzano, si è dedicato ad un intenso percorso di ricerca che lo ha condotto ad esplorare le più eclettiche vie dell’arte, utilizzando spesso soluzioni pittoriche e compositive caratterizzate da spiccate sensibilità e capacità innovative. Fino ad approdare all’arte sacra e ad un’appassionata difesa dei capisaldi dell’arte figurativa come strumento più adeguato a comunicare valori ed emozioni anche all’uomo contemporaneo
NordEst – Ricorre nel 2025 il 15° anniversario della scomparsa di Davide Orler (1931-2010), un eclettico artista nativo di Mezzano, non molto conosciuto e valorizzato nella valle di Primiero sebbene a livello nazionale sia stato in ambito artistico una delle figure più emblematiche della seconda metà del Novecento e della prima decade del Terzo Millennio.
Famiglia di origine
In Italia, se qualcuno pronuncia il nome Orler, immediatamente il pensiero va all’arte moderna e alle antiche icone russe, come se tale nome fosse inscindibilmente connesso a quei mondi e ne costituisse quasi un sinonimo. Tutto ciò, però, non è nato improvvisamente dal nulla, come per effetto di una magia o di un miracolo, anche se nelle vicende di questa famiglia talvolta possiamo parlare davvero di coincidenze “provvidenziali”. Tutto inizia con i due “grandi vecchi’, Davide ed Ermanno, due “montanari” che troveranno la loro “anima” a Venezia. Davide, Cesare, Carolina ed Ermanno erano figli di Giuseppe Orler e di Giulia Schweizer, a loro volta nati alla fine dell’Ottocento a Mezzano, un piccolo paese di montagna nella valle di Primiero in Trentino.
Archivio Davide Orler
Per delineare un ritratto esaustivo ed attendibile di Davide Orler mi avvalgo di informazioni, recensioni e fotografie estrapolate dall’“Archivio Davide Orler”, costituito con la finalità di sistematizzare, promuovere e divulgare l’opera di Davide Orler (Mezzano di Primiero, 1931 – Favaro Veneto, 2010). Per tutta la vita, e fino alla morte, Orler si è dedicato a un inesausto percorso di ricerca che lo ha condotto ad esplorare le più eclettiche vie dell’arte, utilizzando spesso soluzioni pittoriche e compositive caratterizzate da spiccate sensibilità e capacità innovative, fino ad approdare ad un’appassionata difesa dei capisaldi dell’arte figurativa come strumento più adeguato a comunicare valori ed emozioni anche all’uomo contemporaneo.
Chi era Davide Orler
Davide Orler nasce a Mezzano di Primiero, paese alle pendici delle Dolomiti in Trentino-Alto Adige, il 16 febbraio del 1931. Autodidatta, si interessa di pittura sin da ragazzo, spinto da una irrefrenabile curiosità non trattenuta dagli scarsi mezzi a disposizione. Nel 1946, a soli quindici anni, con pochi spiccioli in tasca lascia Mezzano per recarsi a Venezia, la città dei suoi sogni a lungo vagheggiata. A diciotto anni, “per evitare di essere arruolato negli alpini e per amore del mare”, come racconterà in seguito, sceglie la ferma volontaria in Marina: vi resterà per otto anni, sino al 1957, imbarcato su dragamine e su altre imbarcazioni in servizio di pattugliamento nei mari, soprattutto nel Meridione d’Italia.
Le sue opere riscuotono immediato interesse nel vivacissimo ambiente artistico della città lagunare di quegli anni, caratterizzato dalle ricche Biennali, dalla presenza di collezionisti e mecenati attenti e lungimiranti e dalla continua attività di gallerie e associazioni come l’Opera Bevilacqua La Masa. Presso la sede di quest’ultima si tiene, nel novembre dello stesso anno, la seconda mostra dell’artista che espone 240 ceramiche, ben presto ripudiate e gettate in mare come gesto di totale rifiuto. La personale gli vale però in premio l’assegnazione per quattro anni di uno studio a Palazzo Carminati, dove già lavorano molti fra i più promettenti artisti del Nordest.
Nel 1963 si aggiudica il primo premio per la pittura all’Opera Bevilacqua La Masa e, in tale occasione, la Galleria d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro gli acquista un grande dipinto dello stesso anno, “Funerale a Mezzano”. Mentre si ripetono anche i viaggi e i soggiorni in Italia meridionale, e soprattutto nell’amata Sicilia retaggio del periodo militare, nel 1965 inizia in lui quella passione per l’arte russa delle antiche icone che lo porterà a diventare un appassionato collezionista e nei successivi decenni proprietario di una delle collezioni più complete e importanti esistenti in Europa Occidentale.
La sua lunga avventura artistica si conclude con una triplice mostra antologica, “Al tramonto quando il cielo s’infuoca”, proprio nella sua amata valle di Primiero.Davide Orler muore il 7 dicembre del 2010. Il titolo della sua ultima mostra sarà ripreso anche nel volume autobiografico da lui redatto nell’arco dell’ultimo anno di vita e pubblicato postumo, pochi mesi dopo la scomparsa. Per ripercorrerne e valorizzarne l’attività seguono, successivamente, le mostre al Museo Nazionale di Villa Pisani, nel 2012, il premio alla memoria da parte della Marina Militare italiana nel 2014, la personale alla Galleria Novecento di Palazzo Sarcinelli a Conegliano nel 2018, e, nel medesimo anno, la presenza alla mostra Atelier Venezia della Fondazione Bevilacqua La Masa in piazza San Marco a Venezia.
Davide Orler si racconta
Nel febbraio del 2011, a due mesi dalla scomparsa di Davide Orler viene pubblicato il suo libro autobiografico dal titolo “Al tramonto quando il cielo s’infuoca”, mutuato da quello delle ultime mostre tenutesi nella “sua” valle di Primiero. Al testo, scritto in collaborazione con il giornalista Alessandro Borelli, l’artista aveva dedicato lo scorcio finale della sua vita: già segnato dalla sofferenza, aveva profuso però grande impegno nel lavoro di raccolta e stesura della sua testimonianza con spirito sereno e senza infingimenti.
Nel 1946, appena quindicenne, decisi di rompere gli indugi. Quando ripenso a quei giorni mi commuovo ancora: nonostante fosse inverno e avessi pochi spiccioli in tasca, senza alcuna persona su cui fare affidamento, decisi di fuggire per vedere finalmente la città dei miei sogni, la città di cui tanto avevo sentito parlare da amici e conoscenti – Riccardo Schweizer in primis – ma anche da poeti e pittori innamorati, come dovevo esserlo io, dell’arte e della cultura che Venezia emanava.
I miei genitori, forse, se ne resero comunque conto, ma non mi chiesero mai nulla. A distanza di tanto tempo, tuttavia, quell’avventura è ancora dentro di me come una svolta decisiva: avevo perso quella sfida ma avevo guadagnato una seconda patria. Sapevo che un giorno Venezia sarebbe stata la mia città per sempre (…). A La Spezia invece stava per iniziare una delle fasi più importanti della mia vita, su cui mi devo soffermare perché è da lì che ha preso avvio una sorta di rigenerazione personale determinante per me stesso e per la mia pittura successiva. Come ho detto, nei confronti dell’educazione religiosa che avevo ricevuto a Mezzano era cresciuta presto in me una progressiva ribellione interiore che mi aveva portato a un precoce allontanamento dai precetti e dalle pratiche di fede. Contestualmente, con gli anni, si era accentuato nel mio intimo un sentimento che definirei di gnosticismo e panteismo esistenziale.
Così non nutre più alcuna speranza in “qualcos’altro” che stia oltre la materia stessa, con la conseguenza che è l’intera vita a perdere di senso e di significato. Quando aprii gli occhi e mi resi conto di questa verità, che fino a quel momento la mia mente, come velata, non aveva voluto vedere, divampò nel mio animo una crisi spaventosa; fu un travaglio che mi afflisse con indicibili tribolazioni. Non so immaginare quale sarebbe potuto essere lo sbocco se, alla fine, non si fosse compiuta dentro di me una stupefacente rivoluzione, che è giusto ormai chiamare conversione, la quale mi trasse distante dall’orlo del baratro verso il quale mi ero incamminato.
Nel 1958, durante la mia esposizione all’Hotel Dolomiti di San Martino di Castrozza, venne in visita uno dei componenti della commissione dei critici del museo di Antibes, una delle più belle località della Costa Azzurra, in Francia, che poteva vantare un luogo espositivo all’avanguardia in Europa nel campo dell’arte moderna, divenuto in breve tempo famoso per le sue bellissime sale dedicate a Picasso. Casualmente, mescolato tra i visitatori, quel personaggio si fermò ad osservare i miei quadri e ne rimase entusiasta. Nel giro di poco tempo mi presentò a Dor de La Souchére, noto critico d’arte francese e conservatore del museo. Fu lui a propormi di fare qualcosa là, l’anno successivo, ovvero nel 1959 assieme al mio amico e collega Riccardo Schweizer. Prima di noi, ad Antibes, c’era stato soltanto un altro italiano: Bruno Cassinari, nel 1950.
[ Davide Orler (al centro) e Riccardo Schweizer (a destra) davanti al Musèe Picasso di Antibes ]Ricordo quei tre mesi, da maggio a luglio, come i più intensi e turbinosi della mia vita d’artista. Per la prima volta vedevo, davvero, il mondo. E in quell’ambiente effervescente c’era il lievito di un’intera epoca. All’inaugurazione intervennero nomi di primo piano dell’arte e della cultura del tempo come Jean Cocteau, Paul Éluard e Jacques Prévert insieme a un folto pubblico mondano di amanti dell’arte d’avanguardia, di pittori, poeti e ricchi industriali, tutti in vacanza in quell’angolo di Francia ma comunque ansiosi di vivere fin dentro le proprie fibre la temperie che animava quel periodo. Anche i grandi maestri, considerati già allora come una specie di “semidei” intoccabili, guardati dal mondo con un misto di rispetto, soggezione e devozione, abitavano in quelle zone: il grande Picasso nella sua magnifica villa “La Californie” e Marc Chagall a Saint Paul de Vence, ancor oggi un luogo in cui l’arte si respira in ogni mattone e in ogni pietra, vicino alla famosa cappella di Matisse. Rammentando tutto questo comprendo come possa sembrare assurdo che di questi incontri io non abbia neppure una fotografia: anche i miei figli me lo hanno rimproverato spesso.
Ma già allora ero fatto così: le luci della ribalta m’interessavano solo nella misura in cui arricchivano il mio bagaglio di conoscenze e di sollecitazioni culturali: non ero nato per le vetrine (…).Sono gli esiti di quella che allora sembrava una rivoluzione irreversibile a dimostrare che, dopo secoli di figurativo, non si può sbattere in faccia all’uomo l’astratto puro, al limite dell’invenzione cerebrale. Certo, ha ragione chi sostiene, al tempo stesso, che oggi certi linguaggi del passato non possono più essere utilizzati: è vero, ma superarli non vuol dire abiurarli e neppure dimenticarli o, peggio ancora, disprezzarli. Insisto: diamo all’uomo una poetica moderna, che gli tocchi il cuore e appaghi il suo bisogno di poesia e di sogno (ma cos’altro è la poesia se non un bellissimo sogno?) e non continuiamo a privarci della straordinaria emozione che procura la visione di un albero, di un prato verde, della neve o del cielo.
E sarebbe finito l’uomo in quanto dovremmo prendere atto che si sarebbe disseccato lo spirito, primo motore di ogni artista. Personalmente, sono convinto invece che lo spirito debba dare i frutti migliori soprattutto nell’ultima parte della vita di un autore, quando si arriva al dunque, alla summa dei valori. Guai se ci si lascia morire dentro. É la trappola in cui, sfortunatamente, sono incappati diversi artisti del Novecento, giunti all’approdo della vita allo stremo della loro arte perché allo stremo della loro esistenza, ubriacati da cose vane e inutili».
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