Davide Orler (1931-2010) originario di Mezzano, si è dedicato ad un intenso percorso di ricerca che lo ha condotto ad esplorare le più eclettiche vie dell’arte, utilizzando spesso soluzioni pittoriche e compositive caratterizzate da spiccate sensibilità e capacità innovative. Fino ad approdare all’arte sacra e ad un’appassionata difesa dei capisaldi dell’arte figurativa come strumento più adeguato a comunicare valori ed emozioni anche all’uomo contemporaneo

[ Davide Orler al lavoro nel suo studio di Favaro Veneto (Ve) – © Archivio Davide Orler ]

di GianAngelo Pistoia

NordEst – Ricorre nel 2025 il 15° anniversario della scomparsa di Davide Orler (1931-2010), un eclettico artista nativo di Mezzano, non molto conosciuto e valorizzato nella valle di Primiero sebbene a livello nazionale sia stato in ambito artistico una delle figure più emblematiche della seconda metà del Novecento e della prima decade del Terzo Millennio.

Famiglia di origine
In Italia, se qualcuno pronuncia il nome Orler, immediatamente il pensiero va all’arte moderna e alle antiche icone russe, come se tale nome fosse inscindibilmente connesso a quei mondi e ne costituisse quasi un sinonimo. Tutto ciò, però, non è nato improvvisamente dal nulla, come per effetto di una magia o di un miracolo, anche se nelle vicende di questa famiglia talvolta possiamo parlare davvero di coincidenze “provvidenziali”. Tutto inizia con i due “grandi vecchi’, Davide ed Ermanno, due “montanari” che troveranno la loro “anima” a Venezia. Davide, Cesare, Carolina ed Ermanno erano figli di Giuseppe Orler e di Giulia Schweizer, a loro volta nati alla fine dell’Ottocento a Mezzano, un piccolo paese di montagna nella valle di Primiero in Trentino.

[ Giulia Schweizer con i figli e ritratto del marito Giuseppe Orler – © Archivio Davide Orler ]
Loro nonno era stato un minatore; i loro zii e loro padre, come spesso accadeva in quella “povera”’ Italia di inizi del Novecento, erano emigrati, gli uni in America, inseguendo vanamente il miraggio di un sogno, loro padre in Germania. Dopo alcuni anni Giuseppe fece ritorno in Trentino e da allora non si mosse più da Mezzano, lavorando nei campi, portando al pascolo gli animali e faticando presso il mulino del paese.

[ Giovanni Orler a fianco del suo ritratto realizzato dal nipote Davide – © Archivio Davide Orler ]
Sia Davide che Cesare, durante l’estate, facevano i pastori nelle malghe: una vita grama, che portò Davide, a quattordici anni, a fare lo scalpellino in Val Noana. Ma fu l’incontro con il pittore Riccardo Schweizer che produsse un sodalizio ed un’amicizia fondamentali nella vita di Davide, il quale, alla fine degli Anni Quaranta, si iscrisse all’Accademia delle Belle Arti a Venezia: un sogno, quello dell’Accademia, che però non si sarebbe mai realizzato appieno. Nel 1949 si arruolò volontario nella Marina Militare, lasciando Venezia e l’Accademia, cui tanto aveva aspirato, ma continuando a dipingere e, così, creando le basi per quella sua esperienza artistica di primaria importanza.

Archivio Davide Orler
Per delineare un ritratto esaustivo ed attendibile di Davide Orler mi avvalgo di informazioni, recensioni e fotografie estrapolate dall’“Archivio Davide Orler”, costituito con la finalità di sistematizzare, promuovere e divulgare l’opera di Davide Orler (Mezzano di Primiero, 1931 – Favaro Veneto, 2010). Per tutta la vita, e fino alla morte, Orler si è dedicato a un inesausto percorso di ricerca che lo ha condotto ad esplorare le più eclettiche vie dell’arte, utilizzando spesso soluzioni pittoriche e compositive caratterizzate da spiccate sensibilità e capacità innovative, fino ad approdare ad un’appassionata difesa dei capisaldi dell’arte figurativa come strumento più adeguato a comunicare valori ed emozioni anche all’uomo contemporaneo.

[ “Una Pietà”, dipinto di Davide Orler del 2006 – © Archivio Davide Orler ]
L’approdo ai temi del sacro, che hanno sotteso l’intera sua ricerca ma sono culminati nel ciclo di capolavori dedicati alla “Bibbia” e al “Decalogo” tra la fine degli anni Novanta e primi Duemila, ha rappresentato il traguardo, unanimemente apprezzato dalla critica, di un inesausto anelito di conoscenza interiore e di meditazione sulle “Cose Ultime”. L’“Archivio Davide Orler” organizza periodicamente mostre ed eventi dedicati all’artista, pubblica, con l’ausilio di esperti d’indiscussa competenza, cataloghi e testi di approfondimento, predispone trasmissioni televisive a carattere documentaristico dedicate e custodisce la banca dati della catalogazione generale delle opere di Orler. Chiunque può rivolgersi, a scopo di studio e di approfondimento, all’Archivio per ricevere informazioni, consultare volumi e, più in generale, ricevere assistenza su tutti i temi inerenti all’attività e alla vita di Davide Orler.

Chi era Davide Orler
Davide Orler nasce a Mezzano di Primiero, paese alle pendici delle Dolomiti in Trentino-Alto Adige, il 16 febbraio del 1931. Autodidatta, si interessa di pittura sin da ragazzo, spinto da una irrefrenabile curiosità non trattenuta dagli scarsi mezzi a disposizione. Nel 1946, a soli quindici anni, con pochi spiccioli in tasca lascia Mezzano per recarsi a Venezia, la città dei suoi sogni a lungo vagheggiata. A diciotto anni, “per evitare di essere arruolato negli alpini e per amore del mare”, come racconterà in seguito, sceglie la ferma volontaria in Marina: vi resterà per otto anni, sino al 1957, imbarcato su dragamine e su altre imbarcazioni in servizio di pattugliamento nei mari, soprattutto nel Meridione d’Italia.

[ “Scorcio di Mezzano”, dipinto di Davide Orler del 1955 – © Archivio Davide Orler ]
Nascono in questi anni i primi importanti paesaggi di Mezzano, il borgo natio accarezzato dalla nostalgia, ma anche altri scorci paesaggistici influenzati dalla luce e dai colori del Mediterraneo, roventi tele che registrano personaggi e vicende quotidiane ed anche incidenti e tragedie, come l’alluvione di Salerno del 1955, che colpiscono il giovane nell’animo. La lontananza da casa, il contatto con drammi di grande portata, i tormenti della lunga stagione successiva alla seconda guerra mondiale inducono un profondo travaglio spirituale che lo riavvicina alla fede e lo spinge, con uno slancio mai più interrotto in seguito, verso l’arte sacra. Nel 1957, terminato il servizio nella Marina, Davide Orler si stabilisce a Venezia.

Le sue opere riscuotono immediato interesse nel vivacissimo ambiente artistico della città lagunare di quegli anni, caratterizzato dalle ricche Biennali, dalla presenza di collezionisti e mecenati attenti e lungimiranti e dalla continua attività di gallerie e associazioni come l’Opera Bevilacqua La Masa. Presso la sede di quest’ultima si tiene, nel novembre dello stesso anno, la seconda mostra dell’artista che espone 240 ceramiche, ben presto ripudiate e gettate in mare come gesto di totale rifiuto. La personale gli vale però in premio l’assegnazione per quattro anni di uno studio a Palazzo Carminati, dove già lavorano molti fra i più promettenti artisti del Nordest.

[ Davide Orler con Riccardo Schweizer e Silvio Alchini a Palazzo Carminati – © Archivio Davide Orler ]
A questo periodo, che può essere definito “picassiano”, fa appunto seguito un profondo ripensamento che, nell’estate del 1958, porta il giovane artista a mutare il suo linguaggio, cercando di riallacciarsi alle sue radici culturali per dare vita a una pittura figurativa. Nell’autunno del 1958 Davide Orler, grazie all’invito dei responsabili dell’istituzione espositiva, tiene una grande mostra con le sue nuove opere al Musée Picasso di Antibes, sulla Costa Azzurra. É, per l’artista, l’occasione per far conoscere il proprio lavoro in ambito internazionale e per incontrare alcuni fra i maggiori protagonisti della vita artistica e culturale del periodo, dallo stesso Picasso a Germaine Richer, da Jean Cocteau a Jacques Prévert. Seguono le mostre personali a Venezia, Novara, Vercelli, alla Biennale d’arte sacra di Bologna, alla Biennale di Milano e alla Quadriennale di Roma: eventi che fruttano ad Orler anche importanti riconoscimenti.

Nel 1963 si aggiudica il primo premio per la pittura all’Opera Bevilacqua La Masa e, in tale occasione, la Galleria d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro gli acquista un grande dipinto dello stesso anno, “Funerale a Mezzano”. Mentre si ripetono anche i viaggi e i soggiorni in Italia meridionale, e soprattutto nell’amata Sicilia retaggio del periodo militare, nel 1965 inizia in lui quella passione per l’arte russa delle antiche icone che lo porterà a diventare un appassionato collezionista e nei successivi decenni proprietario di una delle collezioni più complete e importanti esistenti in Europa Occidentale.

[ Davide Orler nel suo studio mentre ammira una icona russa – © Archivio Davide Orler ]
Si narra che il suo interessamento per le icone russe scaturisca da un evento fortuito. Nel 1965 giunse a Venezia una compagnia teatrale del Bolshoi di Mosca per una serie di spettacoli al teatro La Fenice. Uno di quei giovani attori, una sera, dopo uno spettacolo, chiese a Davide se fosse interessato ad un affare: tirò fuori da un panno lacero un’icona. Fu quella, per Davide Orler, una folgorazione e la nascita di un amore, di una passione che durerà tutta la vita. Dalla fine degli anni Sessanta in poi continua a dipingere soprattutto per sé nel suo nuovo studio a Favaro Veneto, senza più curarsi di mostre e premi, e senza più aspirare a una presenza significativa sulla ribalta artistica nazionale. Comincia così a rivendicare una libertà, nel segno della figurazione e dei temi del sacro – pur non disdegnando mai l’apertura a una continua e innovativa sperimentazione nelle più diverse forme – che ritiene decisivi per riproporre il senso dell’arte all’uomo contemporaneo. Allestirà una nuova serie di esposizioni che toccano città simbolo della storia dell’arte italiana e internazionale come, fra le altre, Firenze, Monreale, Napoli e Viterbo.

[ “Natale”, dipinto di Davide Orler del 1996 – © Archivio Davide Orler ]
I temi espositivi sono quelli particolarmente cari a questa fase dell’esperienza di Davide Orler, ovvero più strettamente correlati ai temi del sacro: l’inesausta ricerca dedicata ai volti di Cristo, il mistero della Trinità, la riflessione sull’Incarnazione e sul senso della fede che culminano tutti nel cruciale ciclo de “La Bibbia”, 100 opere pittoriche raffiguranti scene dell’Antico e del Nuovo Testamento, e in quello parallelo del “Decalogo”, incentrato sui Dieci Comandamenti. Nel 2007 Davide Orler si reca a San Pietroburgo, nella Russia a lui tanto cara, dove, presentato da Maurizio Scudiero, espone al Museo Statale di Storia all’interno della Fortezza dei Santi Pietro e Paolo. Riceve il premio alla carriera nella Biennale internazionale di Firenze del 2007.

La sua lunga avventura artistica si conclude con una triplice mostra antologica, “Al tramonto quando il cielo s’infuoca”, proprio nella sua amata valle di Primiero.Davide Orler muore il 7 dicembre del 2010. Il titolo della sua ultima mostra sarà ripreso anche nel volume autobiografico da lui redatto nell’arco dell’ultimo anno di vita e pubblicato postumo, pochi mesi dopo la scomparsa. Per ripercorrerne e valorizzarne l’attività seguono, successivamente, le mostre al Museo Nazionale di Villa Pisani, nel 2012, il premio alla memoria da parte della Marina Militare italiana nel 2014, la personale alla Galleria Novecento di Palazzo Sarcinelli a Conegliano nel 2018, e, nel medesimo anno, la presenza alla mostra Atelier Venezia della Fondazione Bevilacqua La Masa in piazza San Marco a Venezia.

Davide Orler si racconta
Nel febbraio del 2011, a due mesi dalla scomparsa di Davide Orler viene pubblicato il suo libro autobiografico dal titolo “Al tramonto quando il cielo s’infuoca”, mutuato da quello delle ultime mostre tenutesi nella “sua” valle di Primiero. Al testo, scritto in collaborazione con il giornalista Alessandro Borelli, l’artista aveva dedicato lo scorcio finale della sua vita: già segnato dalla sofferenza, aveva profuso però grande impegno nel lavoro di raccolta e stesura della sua testimonianza con spirito sereno e senza infingimenti.

[ “San Giorgio”, dipinto di Davide Orler del 2008 e copertina autobiografia – © Archivio Davide Orler ]
Di seguito propongo alcuni passi tratti dal libro in cui Davide Orler pone l’accento su aspetti peculiari della sua esperienza umana ed artistica. «Il sogno, sin dalla più tenera età, si chiamava Venezia. Credo che abbia cominciato a prendere forma, con un certo grado di consapevolezza, intorno ai 10-12 anni. Mezzano era il mio paese, lì c’era tutto ciò che, allora, rappresentava l’universo in cui vivevo ma presto mi dovetti rendere conto che rimanervi avrebbe significato una sola cosa: continuare, per il resto della vita, con i lavori di montagna. Io, invece, avevo addosso una vera febbre che mi portava a immaginare, a guardare oltre nell’anelito costante di realizzare qualcos’altro; vivevo un’inquietudine che mi perseguitava e che mi sarebbe stato impossibile non appagare.

Nel 1946, appena quindicenne, decisi di rompere gli indugi. Quando ripenso a quei giorni mi commuovo ancora: nonostante fosse inverno e avessi pochi spiccioli in tasca, senza alcuna persona su cui fare affidamento, decisi di fuggire per vedere finalmente la città dei miei sogni, la città di cui tanto avevo sentito parlare da amici e conoscenti – Riccardo Schweizer in primis – ma anche da poeti e pittori innamorati, come dovevo esserlo io, dell’arte e della cultura che Venezia emanava.

[ Edifici, colonne e piazze iconiche nel centro di Venezia – © Alex Anton / Adobe Stock ]
In quel momento e in quel modo la mia era una vera pazzia, ma sentivo che dovevo farlo e partii ugualmente. Si trattava del mio primo, vero gesto di ribellione. L’avevo covato dentro da tempo, non mi ero confidato con nessuno. Mi dicevo solo: “Devo andare a Venezia perché devo vedere e voglio capire”. Una volta arrivatovi alloggiai, per alcune notti, da conoscenti di mio cugino; poi, però, dovetti cominciare ad arrangiarmi. Dopo appena una settimana non mi restavano che i soldi per il biglietto del treno di ritorno. Le ultime notti – ben ricordo – le passai sulle gelide panchine sotto i portici di Palazzo Ducale o, solo e indisturbato, nel pontile dei Giardini dove, dopo una certa ora, il vaporetto non faceva più fermata. Dentro avevo trovato un angolo dove non passava il vento e lì mi mettevo a dormire. Naturalmente era una situazione che non poteva durare. Alla fine, dunque, dovetti tornare a casa senza, ovviamente, poter dire che la colpa era stata della mancanza di soldi.

I miei genitori, forse, se ne resero comunque conto, ma non mi chiesero mai nulla. A distanza di tanto tempo, tuttavia, quell’avventura è ancora dentro di me come una svolta decisiva: avevo perso quella sfida ma avevo guadagnato una seconda patria. Sapevo che un giorno Venezia sarebbe stata la mia città per sempre (…). A La Spezia invece stava per iniziare una delle fasi più importanti della mia vita, su cui mi devo soffermare perché è da lì che ha preso avvio una sorta di rigenerazione personale determinante per me stesso e per la mia pittura successiva. Come ho detto, nei confronti dell’educazione religiosa che avevo ricevuto a Mezzano era cresciuta presto in me una progressiva ribellione interiore che mi aveva portato a un precoce allontanamento dai precetti e dalle pratiche di fede. Contestualmente, con gli anni, si era accentuato nel mio intimo un sentimento che definirei di gnosticismo e panteismo esistenziale.

[ “La tempesta”, dipinto di Davide Orler del 1954 – © Archivio Davide Orler ]
Non è facile dire con parole semplici di cosa si trattasse: il connotato essenziale era però l’abissale distanza con ciò che mi era stato insegnato quand’ero bambino. Fu a La Spezia che mi resi gradualmente conto dei terribili rischi connaturati nel mio panteismo: quella strada, infatti, non conduceva ad altro che alla disperazione interiore. Se, infatti, si ritiene che la materia è solo e nient’altro che materia, lo spirito, in pratica, si pietrifica e inaridisce e non vede nulla a parte ciò che gli sta di fronte.

Così non nutre più alcuna speranza in “qualcos’altro” che stia oltre la materia stessa, con la conseguenza che è l’intera vita a perdere di senso e di significato. Quando aprii gli occhi e mi resi conto di questa verità, che fino a quel momento la mia mente, come velata, non aveva voluto vedere, divampò nel mio animo una crisi spaventosa; fu un travaglio che mi afflisse con indicibili tribolazioni. Non so immaginare quale sarebbe potuto essere lo sbocco se, alla fine, non si fosse compiuta dentro di me una stupefacente rivoluzione, che è giusto ormai chiamare conversione, la quale mi trasse distante dall’orlo del baratro verso il quale mi ero incamminato.

[ “Resurrezione ”, dipinto di Davide Orler del 1996 – © Archivio Davide Orler ]
Iniziò un percorso nuovo, radicato, convinto, mentre i vecchi precetti panteistici erano diventati come insipidi, il loro fascino si era dissolto nel nulla. Anche la mia arte ricevette quell’influsso vivificante. Rinacque la predilezione per i temi religiosi che avrei poi visto, vissuto e sperimentato nell’arco di una vita attraverso le forme e i materiali più disparati: dalla tela al disegno su tessuto, dalle ceramiche alla scultura in ferro. Divenne piena in me la consapevolezza che il filone religioso, ormai abbandonato perché considerato retaggio del passato, avrebbe potuto rappresentare il riscatto dell’arte moderna vista da molti, purtroppo, come mero esperimento creativo, gioco d’assurdi e di stravaganze ritenuti dai più inconciliabili con la spiritualità dei temi cristiani.

[ “Deposizione e Crocefissione”, dipinto di Davide Orler del 2003 – © Archivio Davide Orler ]
Tempo dopo avrei fatto mie le parole scritte da papa Paolo VI nel suo discorso agli artisti del 7 maggio 1964: “Non è possibile che l’arte moderna non possa servire all’arte sacra!”. A ben vedere, in tale frase c’è tutta l’essenza del mio pensiero su questo argomento, cruciale e delicatissimo insieme. La domanda infatti è: come mai l’arte moderna si è spinta avanti da sola, senza punti di riferimento, mentre la storia ci insegna che per duemila anni, dalle catacombe in poi, il tema religioso ha impregnato di sé praticamente tutta la storia artistica? Non bisogna avere studiato tanto, infatti, per sapere che gli artisti di ogni tempo hanno sempre lavorato in maniera quasi esclusiva in ambito ecclesiastico e che per molti secoli non ci sono state opere degne di tal nome se non connotate dal tema religioso. Ciò vale anche oggi, con un motivo di consapevolezza in più: per l’uomo moderno dev’essere proprio l’arte moderna a farsi carico della responsabilità di far avvicinare, e se possibile comprendere, i misteri della rivelazione cristiana.

[ “Natale-Crocefissione-Ascensione”, dipinto di Davide Orler del 2004 – © Archivio Davide Orler ]
Ci si potrà, entro certi limiti, anche spingere oltre il figurativo, ma senza cedere a certe esasperazioni alle quali da molto tempo siamo costretti ad assistere. Simili convinzioni spiegano anche perché il mio itinerario successivo sia stato in pratica totalmente impostato sull’arte figurativa: l’astrattismo, infatti, non mi ha mai coinvolto, anche se in certi momenti l’ho frequentato parecchio; l’ho sempre considerato, più che altro, un filone decorativo capace di procurare, tutt’al più, qualche momento di distrazione, quasi per scaricarmi dalla tensione accumulata nella fatica dell’introspezione rispetto ai temi che mi stanno davvero a cuore. Questo non significa che io abbia voluto, nel lungo arco della mia esperienza, rinnegare la modernità: riaffermo, tuttavia, con forza la convinzione che essa debba, anche in forme nuove, esprimere quel vigore e quell’intensità che sono proprie di chi ha qualcosa da comunicare (…).

Nel 1958, durante la mia esposizione all’Hotel Dolomiti di San Martino di Castrozza, venne in visita uno dei componenti della commissione dei critici del museo di Antibes, una delle più belle località della Costa Azzurra, in Francia, che poteva vantare un luogo espositivo all’avanguardia in Europa nel campo dell’arte moderna, divenuto in breve tempo famoso per le sue bellissime sale dedicate a Picasso. Casualmente, mescolato tra i visitatori, quel personaggio si fermò ad osservare i miei quadri e ne rimase entusiasta. Nel giro di poco tempo mi presentò a Dor de La Souchére, noto critico d’arte francese e conservatore del museo. Fu lui a propormi di fare qualcosa là, l’anno successivo, ovvero nel 1959 assieme al mio amico e collega Riccardo Schweizer. Prima di noi, ad Antibes, c’era stato soltanto un altro italiano: Bruno Cassinari, nel 1950.

[ Davide Orler (al centro) e Riccardo Schweizer (a destra) davanti al Musèe Picasso di Antibes ]
Ricordo quei tre mesi, da maggio a luglio, come i più intensi e turbinosi della mia vita d’artista. Per la prima volta vedevo, davvero, il mondo. E in quell’ambiente effervescente c’era il lievito di un’intera epoca. All’inaugurazione intervennero nomi di primo piano dell’arte e della cultura del tempo come Jean Cocteau, Paul Éluard e Jacques Prévert insieme a un folto pubblico mondano di amanti dell’arte d’avanguardia, di pittori, poeti e ricchi industriali, tutti in vacanza in quell’angolo di Francia ma comunque ansiosi di vivere fin dentro le proprie fibre la temperie che animava quel periodo. Anche i grandi maestri, considerati già allora come una specie di “semidei” intoccabili, guardati dal mondo con un misto di rispetto, soggezione e devozione, abitavano in quelle zone: il grande Picasso nella sua magnifica villa “La Californie” e Marc Chagall a Saint Paul de Vence, ancor oggi un luogo in cui l’arte si respira in ogni mattone e in ogni pietra, vicino alla famosa cappella di Matisse. Rammentando tutto questo comprendo come possa sembrare assurdo che di questi incontri io non abbia neppure una fotografia: anche i miei figli me lo hanno rimproverato spesso.

Ma già allora ero fatto così: le luci della ribalta m’interessavano solo nella misura in cui arricchivano il mio bagaglio di conoscenze e di sollecitazioni culturali: non ero nato per le vetrine (…).Sono gli esiti di quella che allora sembrava una rivoluzione irreversibile a dimostrare che, dopo secoli di figurativo, non si può sbattere in faccia all’uomo l’astratto puro, al limite dell’invenzione cerebrale. Certo, ha ragione chi sostiene, al tempo stesso, che oggi certi linguaggi del passato non possono più essere utilizzati: è vero, ma superarli non vuol dire abiurarli e neppure dimenticarli o, peggio ancora, disprezzarli. Insisto: diamo all’uomo una poetica moderna, che gli tocchi il cuore e appaghi il suo bisogno di poesia e di sogno (ma cos’altro è la poesia se non un bellissimo sogno?) e non continuiamo a privarci della straordinaria emozione che procura la visione di un albero, di un prato verde, della neve o del cielo.

[ “Dalla vecchia siciliana”, dipinto di Davide Orler del 1999 – © Archivio Davide Orler ]
L’arte non è finita, ma con il taglio per il taglio, la cornice per la cornice o lo spazio per lo spazio non si riesce ad andare avanti. Valori di un certo tipo non possono essere comunicati attraverso un buco o uno squarcio sulla tela. Arriverà il momento – ammesso che non sia già quello nel quale stiamo vivendo – in cui ci accorgeremo di avere tra le mani solo un pugno di mosche. Oggi mi interessa dire che l’arte non può morire: finché ci sarà l’uomo, ci sarà anche l’arte perché quando questa finisse, o si riducesse soltanto a qualcosa d’inguardabile, allora sarebbe finito l’uomo.

E sarebbe finito l’uomo in quanto dovremmo prendere atto che si sarebbe disseccato lo spirito, primo motore di ogni artista. Personalmente, sono convinto invece che lo spirito debba dare i frutti migliori soprattutto nell’ultima parte della vita di un autore, quando si arriva al dunque, alla summa dei valori. Guai se ci si lascia morire dentro. É la trappola in cui, sfortunatamente, sono incappati diversi artisti del Novecento, giunti all’approdo della vita allo stremo della loro arte perché allo stremo della loro esistenza, ubriacati da cose vane e inutili».