Tullio Gadenz, il coraggio delle parole

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A pagina 35 del volume ‘A Voce Sola’ dedicato alla vita e alle opere di Tullio Gadenz, compare la riproduzione del santino che annuncia la prima Comunione del di lui nipote, Alfio Corrocher celebrata domenica 8 aprile 1945 a San Martino di Castrozza

Tullio Gadenz

di Sandro Gadenz

Primiero San Martino di Castrozza (Trento) –  A quella cerimonia Tullio non arrivò mai, ucciso da mano ignota mentre saliva a piedi da Fiera di Primiero. Tullio esercitava la professione di avvocato a Milano ed era rientrato a Primiero in attesa che la guerra terminasse anche perché la stessa città lombarda era stata duramente provata dagli eventi bellici. Il legame della famiglia con San Martino era iniziato quando il padre di Tullio, Sebastiano iniziò a salire lassù con moglie e figli per la stagione estiva. Come scrisse nel suo diario la nipote Margherita (Marga) Fincato: “Lungo la strada tra Fiera e San Martino, quei nove figli su un carro trainato da due cavalli. In giugno a San Martino, in settembre a Fiera un’altra volta. Di quei nove ragazzi, l’avvocato e poeta meraviglioso, zio sconosciuto attraversava un bosco un giorno di primavera del 1945.

Era ben vestito. Per derubarlo lo hanno ucciso e lì adesso c’è una cappella alla sua memoria. Noi nipoti davanti alle tazze di cioccolata calda della Prima Comunione di Alfio, aspettavamo il suo ritorno: non si comincia finchè non arriva lo zio Tullio. E lo zio Tullio non è mai più arrivato. Sognatore e sognante, camminava sempre nei boschi e anche questa volta venendo da Fiera, invece di prendere la corriera aveva voluto fare a piedi il sentiero.

Se ne è andato a 35 anni pieno di poesia e di natura in quegli occhi che nelle fotografie sono così dolci e così fatti d’anima”. Scrivere era per lui una necessità quotidiana ed ogni giorno, complici le sue meditazioni, prendeva appunti, fissava sul proprio taccuino idee e sensazioni che poi faceva confluire nelle liriche che vergava più volte fino a raggiungere la sintesi capace di trasmettere al lettore le sensazioni provate: “Alveo di luce, albeggia il giorno a levante: già fissan gli astri più alti il sole, che dal profondo si leva, aquila di fuoco sui monti”. Nella rubrica Italians che tiene regolarmente sul Corriere della Sera, Beppe Severgnini parlando della poesia scrive: ”La poesia ha un andamento carsico: compare e scompare, dentro una società; e mai a caso.

Il sospetto è che riemerga nei momenti di crisi e di passaggio. E’ come se le persone avessero il bisogno di capire meglio e più a fondo. Di trovare una lama di luce nel bosco fitto degli avvenimenti. E la poesia ha questa capacità. E’ una sintesi fulminante che arriva al cervello passando per il cuore.” Sicuramente gli anni che hanno contraddistinto la vita di Tullio Gadenz sono stati i più terribili del Novecento, con due guerre mondiali consumatesi nella prima metà del secolo. Eppure egli consegue la laurea in Giurisprudenza con una tesi intitolata La guerra illecita dove affronta sul piano della dottrina giuridica l’enorme e vano impegno della Società delle Nazioni per trovare una via diplomatica alla risoluzione dei conflitti internazionali.

Vi si trovano concetti forti, che oggi non esiteremmo a collocare nell’area di un serio impegno per la pace. In quel periodo egli trovava sicuramente conforto dallo scambio di idee con la poetessa milanese Antonia Pozzi che morirà prima di lui alla vigilia della seconda Guerra Mondiale. Li unì un sentimento di profonda amicizia che da parte di Tullio continuò anche dopo la morte di lei. “…in questi giorni mi sono anche dimenticato di esistere. Sono salito su altissime montagne, ed ho visto quasi tramontare il mio pianeta. Anzi, certe sere scendendo a casa mia con la tormenta o col vento ho visto fiorire molto nel profondo le stelle e m’è sembrato di diventare più gigantesco del mio Cimon della Pala sulle regioni della notte.

Non scrivo forse anch’io come in sogno? Qualche volta quando parlo con le creature della terra mi pare d’essere come uno di quegli uccelli che rivelano improvvisamente i loro segreti, verso l’imbrunire nelle foreste; e credono che qualcuno li ascolti mentre invece non c’è che una pietosa solitudine intorno”. Queste parole portano la data del gennaio 1933 quand’egli stava approntando una prima stesura della tesi di laurea ed i regimi totalitaristi erano ormai padroni dell’Europa. Ed ecco sorgere in lui la volontà e la forza di inserire nel testo alcuni passaggi memorabili, specie se letti ad oltre settanta anni dalla sua morte:

L’Europa da un ventennio si trova in uno stato di profondo turbamento. Guerre e rivoluzioni si sono succedute le une accavallandosi e scontrandosi con le altre; milioni di morti, le economie dei nostri Paesi sconvolte, masse di lavoratori disoccupati. Per sanare codesto turbamento occorre uno sforzo collettivo, una mobilitazione degli spiriti che apra finalmente un’epoca di pace politica e di collaborazione economica. Occorre cioè una pace flessibile, una pace giusta. Questo deve essere lo scopo della Società delle Nazioni, la quale deve ricostruire l’unità dell’Europa per difenderne l’indipendenza politica ed economica, per difenderne la civiltà”.

Tullio fa eco al timore di molti osservatori per una situazione di instabilità e per una preoccupante corsa al riarmo di cui oggi conosciamo il tragico esito. Il coraggio che emerge dalle parole, ci presenta quindi delle convinzioni che in quegli anni bui andavano controcorrente; col senno di poi esse ci confermano anche che egli guardava oltre e che la sua visone avrebbe iniziato a prendere corpo nel successivo dopoguerra quando le Nazioni stesse presero coscienza della follia che mette in lotta i popoli tra di loro in guerre e confronti senza senso alcuno.

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