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Debutto internazionale per “Matares”, il nuovo film di Rachid Benhadj: girò “Mirka” nel 2000 ai piedi delle Pale di San Martino

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di GianAngelo Pistoia

 

“Rachid Benhadj non è solo un apprezzato regista, è un artista tout court, conosce le arti figurative, dipinge. E frequenta con passione la letteratura, come emerge dai suoi film, tratti spesso da opere letterarie”. Con queste poche ma esaustive parole, Pino Farinotti (critico cinematografico, giornalista e scrittore) delinea il ritratto dell’intellettuale algerino

Di lui la docente universitaria, Farah Polato scrive: “Classe 1949, nato ad Algeri, Rachid Benhadj si forma in Francia per poi rientrare nel paese natale dove consolida la propria esperienza professionale, per lo più in televisione; negli anni Novanta è costretto a lasciare l’Algeria per sfuggire alla guerra civile innescata dai fondamentalisti islamici. Nel 1995 si trasferisce in Italia, ottenendo la cittadinanza. Nel 1997 intraprende la lavorazione del film per la televisione “L’albero dei destini sospesi”, storia della relazione tra una donna italiana e un giovane migrante marocchino, prodotto dalla Filmalbatros di Marco Bellocchio e dalla RAI. L’ancoraggio a un preciso contesto storico-sociale contraddistingue molti dei suoi film quali “Rose di sabbia” (1989) selezionato al festival di Cannes, “Touchia” (1993) selezionato alla mostra del cinema di Venezia, “Mirka” (2000), “Il pane nudo” (2005) tratto dall’omonimo romanzo autobiografico dello scrittore marocchino Mohamed Choukri, “Profumi d’Algeri” (2012), “La stella di Algeri” (2016) anch’esso tratto dall’omonimo romanzo di Aziz Chaouki vincitore nel 2005 del premio Flaiano e “Matares” (2019). In tutti i suoi film l’eleganza dei movimenti di macchina, l’impatto della resa fotografica, l’intensità drammatica delle vicende e dei riferimenti, via via affinatesi grazie anche all’autorevolezza delle professionalità coinvolte, concorrono a un sapiente coinvolgimento emotivo dello spettatore, rispondendo alle esigenze di una diffusa distribuzione, propria della formula realizzativa praticata da Benhadj, che si colloca all’interno di moduli fortemente strutturati delle coproduzioni internazionali …”.

In molti dei suoi film, infatti Rachid Benhadj si avvale di tecnici affermati – in primis Vittorio Storaro e Gianni Quaranta, entrambi vincitori di premi Oscar – e anche di prestigiosi attori quali Gérard Depardieu, Vanessa Redgrave, Monica Guerritore, Barbora Bobulova, Said Taghmaoui, solo per citarne alcuni.

Per spiegare invece come lavora il regista Rachid Benhadj, cito il cardinale Paul Poupard (presidente emerito sia del Pontificio Consiglio della Cultura che di quello per il Dialogo Interreligioso) riportate in un articolo pubblicato il 4 marzo 2000 dal Corriere della Sera, contestualmente all’uscita del film “Mirka” nelle sale italiane: “Rachid Benhadj fa davvero un piccolo miracolo. Racconta la bassezza cui può arrivare l’uomo, senza mai ricorrere a immagini morbose e violente e senza equivocare sulla realtà scomoda, dolorosa, terribile della violenza. Opere così poetiche sono ormai quasi estranee al grande schermo di oggi”.

Propongo di seguito un’intervista in esclusiva rilasciatami da Rachid Benhadj in occasione dell’anteprima mondiale – in modalità ‘on demand’ sulle piattaforme web dedicate (la cattolica ‘Vativision’, Amazon Video, ed altre) – del suo più recente film “Matares”.

Mi può spiegare i motivi che l’hanno spinta a distribuire il film “Matares” tramite i siti web specializzati in “film on demand”?
I miei distributori hanno apprezzato le tematiche sociali trattate nel film. In “Matares”propongo argomenti difficili, come il razzismo e l’intolleranza, ma lo faccio con delicatezza, senza parteggiare per nessuno, mettendo però a nudo la cruda realtà in cui vivono tra noi i più svantaggiati. “Matares” doveva uscire nelle sale italiane lo scorso marzo, ma l’arrivo della pandemia, paralizzando tutte le attività sociali, economiche e culturali del paese ne ha bloccato la programmazione. I distributori hanno preferito lanciarlo per ora solo su canali web specializzati. Nella situazione odierna, credo che questa opportunità sia già una conquista. Auspico che i media e gli spettatori accolgano favorevolmente il film. Approfitto dell’occasione, amico GianAngelo, per ringraziarti di aver collaborato con me nell’organizzare l’anteprima mondiale di “Matares” e anche per l’impegno profuso nel promuovere, in passato, i miei lavori.

I suoi film trattano spesso tematiche complesse ed attuali quali le discriminazioni di genere, l’immigrazione, i conflitti razziali. Mi può illustrare il perché di queste sue scelte?
Di solito non sono io a scegliere i temi da affrontare ma sono loro che scelgono me. Quasi sempre le storie che porto sullo schermo sono reali, sono storie vere. In un primo momento hanno l’effetto di un pugno nello stomaco ma una volta digerite infondano nello spettatore una forte energia, possono aiutarlo a combattere, a cambiare il corso della propria vita, a non lasciarsi andare allo sconforto, ma a reagire perché se ce l’ha fatta il protagonista del mio film possono farcela anche loro. Nella nostra vita a volte abbiamo la fortuna di conoscere persone straordinarie che lasciano il segno. Il mio primo film “Rose di sabbia” (1989) nasce proprio da un incontro casuale in un momento di crisi personale che non aveva nessuna motivazione reale di fondo. È il racconto della vita di un disabile che ho incontrato sulla mia strada. Non aveva niente, non aveva braccia, non aveva una vita facile davanti a sé, eppure faceva cose straordinarie. Aveva imparato ad usare i piedi come fossero le mani, era riuscito a laurearsi e a crearsi una posizione sociale, ad essere apprezzato per il suo lavoro. Quando l’ho conosciuto mi sono chiesto: ‘Chi è veramente l’handicappato?’. Da quell’incontro ho imparato, anche se a volte lo dimentico ancora, a ridimensionare tutto. Ho capito e ho voluto trasmettere il valore della salute, la banalità delle nostre piccole crisi. I miei film sono in fondo lezioni di vita. Spero di far comprendere a chi vede i miei film che non dobbiamo fermarci alle apparenze fisiche, razziali, religiose, ma imparare a leggere nel profondo di un essere umano per scoprire la ricchezza di cui ognuno è portatore.

Lei è nato in Algeria, si è formato in Francia e da molti anni vive in Italia. Dal suo osservatorio privilegiato come vede i rapporti fra religioni diverse ed in particolare fra quella cattolica e quella islamica?
A mio avviso, la base del sorgere e perdurare dei conflitti religiosi è sempre la mancanza di conoscenza dell’altro, della sua storia, dei suoi valori, della sua religione e cultura. Nel film “Matares” c’è Said, il ragazzino musulmano co-protagonista della storia, che odia Mona, la giovane cristiana immigrata. La odia perché è straniera, ha un colore della pelle diverso dal suo, gli ruba il lavoro e, se non bastasse, non crede in Allah. Fin da adolescenti ci fanno credere che la nostra religione sia superiore a quella degli altri. Questa è una delle ragioni per cui diventiamo adulti considerandoci migliori di chi non condivide la nostra religione o la nostra cultura. Tutti noi credenti cresciamo con questo complesso di superiorità ed è questo il seme che produce tanto odio.

A proposito di interazioni fra religioni, corrisponde al vero che Maria di Nazareth è importante anche per i musulmani?
Maria è menzionata 34 volte nel Corano. Molte volte di più che in tutto il Nuovo Testamento. Il testo fondante dell’Islam, il Corano, le dedica addirittura un’intera Sura (19), nota come la “Sura di Maria”. Maria non è dunque estranea ai musulmani.

Nella sua filmografia ci sono dei riferimenti specifici alla Madonna? Se sì, mi può illustrare quali?
Per il mio film “Mirka” (2000) – che è la storia di un ragazzo, frutto di uno stupro etnico che va alla ricerca della madre che non ha mai conosciuto – mi sono ispirato alla Bibbia per costruire i miei personaggi. Il ragazzo Mirka è l’immagine di Gesù, vittima innocente che porta la luce della verità. Elena, la madre di Mirka che ha subito violenza, è forgiata sulla figura di Maria, madre di tutte le madri, simbolo di innocenza e amore come lo è Maria.

I suoi film sono considerati d’essai ed hanno ricevuto molti riconoscimenti. Nel 2000, l’UNESCO l’ha premiata per il film “Mirka”. Cosa ha provato allora e più in generale quali sono le sue sensazioni in occasioni analoghe?
Essere premiato dall’UNESCO con la medaglia del “50° Anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani” mi ha fatto ovviamente molto piacere. Era la prima volta che un riconoscimento così prestigioso, veniva assegnato ad un artista e non a un politico. Grazie al mio film “Mirka” ho aperto la strada ad altri artisti che da allora, ogni anno, sono premiati dall’UNESCO per il loro lavoro. Nel 2007, insieme al cardinale Paul Poupard, ho ricevuto il premio “Una Coppola per il Dialogo”, un riconoscimento a due persone che, nei loro rispettivi ambiti, hanno promosso il dialogo tra culture e religioni diverse. Alcuni mesi fa ho ricevuto il premio “CIR – Ambasciatore di Umanità” per il mio film “Matares”. Questi premi attestano che da sempre sono in prima linea nelle battaglie per i diritti umani e contro le discriminazioni.

Sul set del film “Mirka (2000) – © Foto di Filmart / GianAngelo Pistoia

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