Egle Tonin, dal Bellunese a Regensburg in Germania: infermiera per passione

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A volte si devono praticare percorsi tortuosi, inaspettati, apparentemente estranianti per comprendere appieno qual è la nostra strada e affrontarla con quel senso di gioia e consapevolezza di chi sa che è quella giusta

Egle Tonin con il piccolo Leonardo, oggi è infermiera a Regensburg in Germania

 

di Liliana Cerqueni

Regensburg (Germania) – “La vera moralità consiste non già nel seguire il sentiero battuto, ma nel trovare la propria strada e seguirla coraggiosamente.” sosteneva Goethe, ed è quello che la bellunese, Egle Tonin, infermiera a Regensburg in Germania, ci ha raccontato della sua storia.

Quando pensavi al tuo futuro, quali erano i tuoi sogni e le tue aspirazioni?
Durante la mia infanzia mi sono trovata nella condizione di effettuare parecchi trasferimenti, seppur non mi fossi mai allontanata significativamente dalla zona tra Feltre e Arsiè. In quegli anni per me è stato difficile mantenere un gruppo di amici e compagni di giochi e quindi, un po’per spirito di compensazione, mi sono proiettata vividamente in un futuro di esplorazione continua, sia geograficamente che culturalmente, suffragata anche dai Mass Media degli anni ’80 e ’90 (prima dell’avvento di internet) che presentavano quanto il mondo fosse immenso e nel contempo a portata di mano, accessibile.

La multiculturalità fa parte del mio DNA nel senso propriamente biologico del termine e per imprinting sociale. La prima caratteristica si manifesta nel fatto che mia madre è originaria dell’Honduras, mentre mio padre era di San Vito, magnifica frazione del comune di Arsiè.

L’imprinting sociale riguarda il fatto che la terra del Bellunese è sempre stato un territorio di forte emigrazione e mio padre, come tanti compaesani e amici della sua generazione, ne è rimasto coinvolto svolgendo suo malgrado ma con orgoglio e fierezza il lavoro del minatore. I miei genitori, dopo essersi incontrati in Ciudad de Guatemala, si sono trasferiti in Italia, a San Vito d’Arsiè, e proprio lì si sono stabiliti per la durata della mia primissima infanzia. Io sono nata a Feltre dove ho studiato fino al termine della maturità, e in seguito mi sono trasferita a Padova per l’università. Nel 2014 mi sono trasferita in Germania.

Crescendo, la fantasia si è alleata con la pianificazione ma soprattutto con il desiderio di trovare un senso a ciò che si fa, mettendo a disposizione il proprio sapere, esperienza e vissuti a sostegno del prossimo: ed ecco che svolgo la professione di infermiera, traducendo la mia inclinazione del passato in concretezza nel presente.

Quali sono state le tue esperienze di studio e professionali prima del trasferimento in Germania?
Mi sono diplomata nell’A.S. 1999/2000 presso il Liceo Linguistico “New Cambridge Institute” di Feltre; mi sono quindi trasferita a Padova per iniziare l’università. Avevo deciso di iscrivermi a Medicina e Chirurgia, ma purtroppo lo scoglio del Test d’ammissione mi ha sbarrato l’iniziativa e per ripiego, senza troppo riflettere e senza particolare ispirazione, mi iscrissi a Farmacia, con la speranza di riprovare il Test di Medicina l’anno successivo.

L’impatto fu durissimo perché tale facoltà presupponeva una predisposizione allo studio e all’approfondimento scientifico al quale non ero assolutamente preparata né a livello nozionistico di base né di metodo di studio. Cambiai Facoltà, e l’Anno Accademico successivo mi iscrissi a Giurisprudenza. ‘Strano e incoerente passaggio, inspiegabile cambiamento’ mi dicevano in tanti, compresa la mia famiglia giustificatamente perplessa ma ciò che avevo sempre davanti era quel viscerale desiderio di essere utile agli altri, anche se in modo diverso. Idealismo e fervido romanticismo tipico dei vent’anni, di cui non mi sono mai pentita perché ho incontrato nuove forme di pensiero e ragionamento che mi hanno arricchita.

A Padova ho anche sempre lavorato perché purtroppo in Italia, in barba al diritto allo studio sancito dalla Costituzione, lo studio universitario soprattutto per gli studenti fuori sede non è alla portata di tutte le categorie sociali. Ed ecco la svolta decisiva: nel settembre 2004, consapevole ormai che i miei studi giuridici non mi avrebbero dato prospettive, mi iscrissi al test di ammissione del Corso di Laurea in Infermieristica, riuscendo a superarlo.

La sfida era avvincente e non priva di rischi, ma già dai primi tirocini e cicli di lezioni teoriche mi resi conto che finalmente si stava realizzando un sogno che avevo lasciato in sospeso e che mi permetteva finalmente di prendermi cura della Persona nel rispetto della vita, della dignità e della libertà dell’individuo. Cominciai anche a prestare servizio in Croce Rossa Italiana come Volontario del Soccorso.

Mi sono laureata in Infermieristica il 6 Novembre 2007 e a dicembre ho iniziato a lavorare presso l’Azienda Ospedaliera di Padova presso il reparto di Patologia Neonatale con contratto a tempo determinato, per poi vincere il concorso pubblico e il posto in ruolo a luglio 2008 e iniziare la mia più bella, ricca e indimenticabile esperienza di vita lavorativa, presso il reparto di Terapia Intensiva Pediatrica. Tutto quello che so l’ho imparato in quel contesto difficile e faticoso ma straordinariamente ricco e stimolante.

Perché hai scelto successivamente la Germania?
In una fase della vita professionale in cui tutto sorrideva e in cui potevo definirmi appagata, non avevo fatto i conti con il mio ‘Demon’ che mi suggeriva di fare qualcosa di diverso e di spingermi verso una nuova esperienza. Desiderosa di lasciare le mie sicurezze per affrontare contesti nuovi, azzardai un trasferimento all’estero. Diedi le dimissioni volontarie dall’incarico di dipendente pubblico con contratto a tempo indeteminato: quando ci penso mi vengono ancora i brividi, pensando a ciò che ho fatto e a quanto sia ambìto l’incarico che ho lasciato; inoltre, non posso dare la colpa alla leggerezza della giovane età perché avevo già compito 35 anni! Decisi per la Germania.

Il motivo è originato dal fatto che per un periodo avevo lavorato là assieme a mia mamma. L’esperienza in sé era stata pessima ma era rimasto vivido il ricordo di un impatto sociale e culturale accogliente e avvincente e di una lingua tanto ostica al primo ascolto quanto intrigante. Possedevo già una competenza linguistica B2 e ho sempre amato i classici della letteratura tedesca e le espressioni di arte del ‘900. Quando si pensa all’emigrazione verso la Germania si pensa ad una ragione spesso di matrice puramente economica e utilitaristica, perché apparentemente la cultura tedesca risulta distante e forse a tratti dissonante rispetto a quella italiana.

Nel cliché comune chi emigra verso altre aree mediterranee lo fa seguendo lo spirito, mentre chi emigra verso aree nordeuropee lo fa seguendo l’utile, e tale affermazione è pure condivisibile, visto che i dati statistici lo confermano inequivocabilmente. Ciò che io cercavo era la possibilità di un confronto umano, con una cultura, con un sistema economico e sociale, per scoprirne le vicinanze e interrogarmi sulle distanze rispetto al mio Paese di origine.

L’idea iniziale era quella di risiedere in Germania per qualche anno (3-4) per poi fare ritorno in Italia oppure esplorare qualche altro Paese. Ma ecco che la vita mi ha presentato un nuovo ‘compagno di viaggio’ : il 25 gennaio 2016 è venuto alla luce il mio magnifico Leonardo David, e quindi ora la vita da esploratrice lascia spazio a quella di mamma, condividendo quest’avventura con il mio compagno Vittorio che ha lasciato la sua amata Padova.

La Germania, è da sempre paese leader nell’accoglienza di lavoratori stranieri fin dagli Anni Sessanta. Come ti sei sentita accolta?
Mi sono trasferita a Regensburg il 28 Dicembre 2013, facendo un trasloco in treno con 5 valige cariche, una cassetta porta lettiera per gatti e il trasportino in cui viaggiava la mia adorata micia BeaRegina. Avevo in tasca un contratto di lavoro a tempo indeterminato presso il reparto di Patologia Neonatale dell’ospedale della città e avevo già trovato casa, quindi mi sono traferita subito nel mio appartamento senza ulteriori traslochi.

L’accoglienza è stata ottima, colloquio di lavoro agile, formale ma poco burocratico e soprattutto molto diretto, ossia in seconda o terza battuta si era parlato subito di retribuzione e riconoscimento di pregresse qualifiche. Nei primi sei mesi di prova mi è stato finanziato un corso di lingua per ottenere il certificato C1, con lo scopo di aumentare la mia soddisfazione lavorativa ma soprattutto per fidelizzarmi a quella posizione professionale. Dopo un anno sono stata inserita nel Master biennale di primo livello in ‘Infermieristica in area critica pediatrica’ ( al quale dovetti rinunciare perché entrai in maternità) il tutto a spese esclusive del datore di lavoro.

Non sostengo quell’assioma tanto consumato quanto pateticamente populista in cui si afferma che in “Germania le cose funzionano” e che dovrebbe rappresentare un esempio per il Welfare italiano: sostengo che lo Stato Tedesco non è una ONLUS, che il sistema sanitario tedesco è distaccato dallo stato centrale, in quanto non coinvolto né come finanziatore né come gestore, né come proprietario di aziende ma esso definisce unicamente le regole in cui operare, perciò gli ospedali si comportano da vere e proprie aziende private. La Germania, come ogni nazione occidentale, sta attraversando una forma di emergenza di assistenza sanitaria, dovuta alla carenza di figure professionali che ricoprano il bisogno di sostegno alla popolazione, quindi il profilo professionale dell’infermiere è tra i più richiesti nel mercato del lavoro tedesco.

Forse così si riesce a spiegare il trattamento di sicuro privilegio che mi è stato dedicato, non in quanto Egle Tonin, ma in quanto forza lavoro utile al bisogno aziendale di chi me l’ha proposto, considerato poi che mi sono candidata già come professionista formata e con sufficienti competenze linguistiche. Per il resto, i dati riguardanti la disoccupazione e la precarietà del lavoro in Germania si conformano alle statistiche medie europee.

La Germania, nella sua storia dagli anni ’60 in poi, ha saputo contraddistinguersi per iniziative di reclutamento di forze lavoro, sulla base delle emergenze sociali che in quel momento viveva ( es. i turchi e greci per l’edilizia ieri, oggi il reclutamento massivo di forze lavoro in ambito sanitario, soprattutto dal Bacino Balcanico, e dall’Est – Europa).

Il Danubio dal Ponte di pietra (Die Steirnerne Brücke)

Com’è ora la tua vita? 
La mia vita si è felicemente arricchita in occasione della nascita di mio figlio Leonardo David che ha quasi due anni e mezzo. E’ nato a Regensburg e io e il mio compagno Vittorio non potevamo ottenere meraviglia più grande dalla vita, ma…quanti sacrifici! E’ lo svantaggio di vivere all’Estero senza rete familiare di sostegno.

Vivendo in Germania ho avuto la possibilità di restare a casa fino all’anno di età del bimbo con uno stipendio ridotto al 66%, poi sono rientrata al lavoro con varie possibilità di part-time dal 15% al 78%, condizioni molto diverse dalle disposizioni di legge italiane. Da gennaio lavoro come infermiera nell’assistenza intensiva domiciliare pediatrica, trattando pazienti pediatrici affetti da malattie croniche ad esito infausto e pazienti pediatrici oncologici. L’esperienza lavorativa è emozionante e coinvolgente ma mi impegna molto e il mio piccolo Leonardo mi occupa il resto del tempo. Sono fasi della vita, ogni tanto mi faccio prendere dallo sconforto pensando che la vita scorre così velocemente e io in una giornata non ho avuto tempo neppure per una doccia, ma penso che ciò che ho l’ho voluto fortemente e se rinunciassi ne soffrirei profondamente.

Il mito della Germania, che garantisce sicurezze, è condiviso dai tedeschi?
Parlare di Germania in generale è complicato. Ogni Land è a sé e le differenze sociali tra nord – sud e soprattutto ex est e ovest si notano a occhi chiusi. Vivo a Regensburg, in Baviera, una regione ricchissima, il motore trainante dell’economia tedesca. Qui la disoccupazione è ai minimi nazionali, il polo industriale traina da solo tutto il fatturato del Paese. Un’ eccezione economica europea, una realtà controcorrente rispetto alla devastante instabilità media europea. I tedeschi sono ben informati e si aggiornano molto, quindi sanno che la sicurezza e la forza della Baviera sono una rarità che si riscontra in forse altre due Regioni della Germania.

La Baviera (der Freistaat Bayern) è una Regione che si distingue dal resto della Germania per storia, tradizioni, identità religiosa: la sua matrice culturale si respira attraverso l’orgoglio a tratti caricaturale della popolazione, derisa ed enfatizzata anche dal resto della Germania. Una fiera identità che a volte si esprime attraverso una sorridente e non manifesta diffidenza nei confronti dell’altro, sia esso straniero o sia esso tedesco stesso (i “Prussiani”), avendo però cura di mantenere un’atmosfera di civile convivenza. Nonostante ciò, in Germania ci vivo con entusiasmo e sono aperta e curiosa verso un’altra avventura in questa Nazione.

Nostalgie, rimpianti e ripensamenti pensando all’Italia e ai tuoi luoghi di origine?
Mi manca casa, mi mancano gli affetti di una vita, gli amici che in quanto tali sono costantemente al mio fianco nonostante la lontananza. Mi mancano i riferimenti linguistici, noto di perdere le fasi di uno sviluppo culturale del nostro Paese, mentre io, all’estero, seppur con connazionali, ho come l’impressione di usare una lingua figlia di una matrice ferma nel tempo, non più evoluta. E’ da questa riflessione di partenza che io e il mio compagno ci apriamo verso una prospettiva educativa futura nei riguardi del nostro Leonardo: nonostante i pregi e i difetti dei Paesi in questione, desideriamo che nostro figlio cresca bilingue in una terra straniera, o desideriamo che si nutra degli stessi riferimenti culturali con cui siamo cresciuti noi?

Questo dilemma è ancora aperto, è il punto su cui generazioni di emigranti si sono interfacciati e che ogni individuo sceglie o concede alla vita stessa di scegliere per loro. Una cosa resta indelebile: sono figlia di tante culture per genetica e per elezione, ma casa di mio padre sarà sempre casa mia, a San Vito d’Arsiè.

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