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Chi ha ucciso Maria Luisa De Cìa? Dopo 30 anni giallo irrisolto tra le Dolomiti. Kessler: “Chi sparò non lo fece per caso” (VIDEO)

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Era il 16 agosto del 1990, ritrovata senza vita nei pressi di malga Civertaghe. Una riapertura del fascicolo 10 anni fa con sospetti su un 60enne veneto, proprietario di una baita in zona, ma poi nulla di concreto a distanza di 30 anni. Gianni Kessler, il magistrato di allora conferma in questi giorni alla stampa locale: “Mi porto dentro il senso del fallimento ma anche questo fa parte del nostro lavoro. All’epoca fu fatto tutto il possibile. Di una cosa sono certo, chi sparò non lo fece per caso ma conosceva Maria Luisa”. Oggi Primiero non dimentica Maria Luisa De Cìa, originaria di Sovramonte (Belluno). Ecco lo speciale di Blù Notte che racconta la sua drammatica storia

NordEst – La storia della povera Maria Luisa De Cia uccisa 30 anni fa resta ancora un lato oscuro, un giallo irrisolto tra Trentino e Bellunese.

È il giorno dopo ferragosto del 1990 quando Maria Luisa De Cia, 28 anni, decide di andare a fare una passeggiata in alta montagna da sola. L’indomani il suo corpo viene trovato nel bosco, seminudo e con una ferita mortale alla tempia.

“Esco a fare una passeggiata”

Maria Luisa De Cia, 28 anni, sale sulla sua Fiat ‘Panda’ di colore rosso che usa di solito per andare a lavoro a Cornuda e sparisce per i sentieri di montagna che portano al Velo della Madonna. È il 16 agosto, quella è l’ultima vacanza da sola prima si sposarsi con il suo Mauro, 30 anni e un brillante futuro come procuratore legale. L’aria sulle vette di San Martino è fresca, tanto che Maria Luisa è uscita in tuta, prevedendo forse di inerpicarsi lungo i verdi sentieri che attraversano le Dolomiti.

Qualche ora dopo ancora non rientra e nella casa di villeggiatura della famiglia de Cia la preoccupazione è ancora cautamente moderata. Maria Luisa – che ha vissuto per un anno da sola in Germania – è una ragazza matura e indipendente e deve avere i suoi motivi per trattenersi fuori casa. Alla sera, però, l’allarme scatta.

L’indomani, venerdì 17 agosto 1990, un gruppo di escursionisti trova Maria Luisa nel bosco a pochi passi dal Velo della Madonna. La scena del delitto è drammatica: la ragazza è distesa priva di vita su un giaciglio fatto con i suoi vestiti. Nuda dalla vita in giù, ha un filo di nastro adesivo nero che le solca la faccia attraversandole la bocca. Sulla tempia sinistra, invece, un foro di un proiettile spiega cosa le è accaduto.

È un’estate maledetta quella di San Martino di Castrozza, un’estate di sospetti e paure. In un primo momento, infatti, tra gli abitanti de paesini sulle montagne del Trentino si diffonde la voce che l’orrore del 16 agosto sia stato opera di un maniaco, il serial killer dei boschi, il mostro delle Dolomiti.

Una strana telefonata

Solo dopo gli accertamenti disposti dal pm Giovanni Kessler, si arriva alla certezza che quella brutale aggressione non ha nulla di occasionale, ma è lucida, crudele e premeditata. Prima di essere freddata con un colpo di pistola, infatti, Maria Luisa è stata immobilizzata con una corda e messa a tacere con del nastro adesivo nero avvolto con tale precisione da presupporre necessariamente un’azione fredda e calcolata.

È possibile che l’aggressore fosse uno, ma non è escluso che possa trattarsi di un gruppo. Eppure, negli inquirenti comincia a maturare il convincimento che Maria Luisa fosse andata consapevolmente all’appuntamento con il suo assassino, senza immaginare cosa sarebbe accaduto. Poche ore prima, infatti, Maria Luisa aveva risposto a una strana telefonata dall’apparecchio di casa, dicendo, alla presenza di suo padre: “Possiamo anche vederci”.

Una ragazza comune

Quando era Mauro a chiamarla, Maria Luisa era solita prendere in mano il telefono fisso trascinandosi dietro il filo e ritirarsi a parlare nella sua stanza lontano dalle orecchie dei suoi: dunque, non era il suo fidanzato quello a cui aveva proposto un incontro. La vita di quella ragazza di provincia viene rivoltata come un calzino: amicizie, vecchi amori, perfino le conoscenze del periodo tedesco vengono passate al setaccio, ma tutti i possibili indiziati hanno un alibi.

L’identikit

Alcuni testimoni, però, dicono di aver intravisto un uomo a pochi passi dal luogo del delitto quel giorno e i tecnici della polizia riescono a farne un identikit. L’assassino ha un volto, il volto di un uomo non più giovanissimo, forse sulla quarantina. Un altro passo verso l’identità del killer è l’analisi dell’arma che ha sparato. Si tratta di una pistola modificata, probabilmente una scacciacani. Dunque, l’assassino, l’uomo che ha seviziato, spogliato e ucciso una ragazza di 28anni, è un cacciatore esperto, o un esperto di armi.

Neanche questo elemento riesce a condurre a conclusione le indagini, il caso viene archiviato e la storia di Maria Luisa de Cia, la ragazza del bosco tra le Dolomiti, diventa una specie di leggenda noir, ancora oggi senza una risposta.

Guarda la ricostruzione

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