X

Attentato Kabul, L’ultimo Addio dell’Italia

L’ultimo Addio – Un grido, ‘Folgore, Folgore’, ha accompagnato i feretri dei sei parà all’uscita della chiesa. ‘Viva i nostri eroi’ ha gridato la folla tra gli applausi. Al termine delle esequie la pattuglia acrobatica delle frecce Tricolori ha sorvolato la basilica. Poi, per Antonio Fortunato, Roberto Valente, Matteo Mureddu, Giandomenico Pistonami, Massimiliano Randino e Davide Ricchiuto, l’ultimo viaggio verso le rispettive città di appartenenza.

Decine le bandiere tricolori sui balconi di via Ostiense, nel tratto che dalla Piramide Cestia conduce alla basilica di San Paolo fuori le Mura. I cittadini romani hanno così voluto manifestare la loro vicinanza e solidarietà alle Forze armate colpite da un così grave lutto. Alle finestre anche qualche bandiera della pace cui sono stati sovrapposti altri piccoli tricolori. A dare il segno tangibile della partecipazione delle istituzioni anche i tanti tricolori posti sui lampioni e sugli arredi urbani nell’area intorno alla basilica.

Un lungo applauso della folla ha accolto l’arrivo in chiesa dei familiari dei militari uccisi. Persone di tutte le età, in tanti con in mano una bandiera tricolore. Famiglie con bambini al seguito, ex parà, singoli cittadini sono accorsi in migliaia per assistere ai funerali. Tra loro anche tanti giovani. I sei parà avevano dai 26 ai 37 anni. Più di 3.000 le bandiere tricolori distribuite dalle squadre del comune di Roma. Tra i cartelli e gli striscioni tenuti in alto dai gruppi di persone alcuni che recitavano: ‘Gli angeli degli eroi vi sorridono mentre vi fanno la scorta d’onore fino alla luce di Dio in paradiso. Viva l’Italia’. E ancora: ‘Onore e gloria ai nostri soldati caduti’.

Tra gli applausi e le urla della gente che gridava ‘Viva la Folgore’, le bare dei sei caduti di Kabul, avvolte nel Tricolore, hanno fatto ingresso nella basilica, gremita di persone. E tra gli applausi si è svolta la lenta processione dei sei feretri attraverso la navata centrale. Fuori, nel piazzale antistante, un silenzio surreale e assordante.

Fra le corone di fiori, anche quella inviata dai familiari della strage di Nassiriya. Tanti i fiori e le corone, da parte delle istituzioni, appoggiati sul piazzale davanti a San Paolo.

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si è inchinato al passaggio di ognuna delle sei bare, mentre il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi si è unito all’applauso di tutti i presenti nel momento dell’ingresso dei feretri portati a spalla dai ‘baschi amaranto’. In prima fila anche il presidente del Senato Renato Schifani e il presidente della Camera Gianfranco Fini, visibilmente commosso.

Del mondo politico erano presenti, tra gli altri, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, i ministri Ignazio La Russa, Giulio Tremonti, Roberto Calderoli, Umberto Bossi, Franco Frattini, Altero Matteoli, Renato Brunetta, Maurizio Sacconi, Giorgia Meloni, Angelino Alfano, Raffaele Fitto, Andrea Ronchi, Michela Vittoria Brambilla, l’ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, il segretario del Pd Dario Franceschini, Massimo D’Alema, Francesco Rutelli, Piero Fassino, il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini, Lorenzo Cesa, Rocco Buttiglione, il sindaco di Roma Gianni Alemanno e il capo dipartimento della Protezione Civile Guido Bertolaso.

Nell’omelia monsignor Vincenzo Pelvi, ordinario militare per l’Italia, ha sottolineato che se uno Stato ‘non è in grado di proteggere la propria popolazione da violazioni gravi e continue dei diritti umani, come pure dalle conseguenze delle crisi umanitarie provocate sia dalla natura che dall’uomo’, la comunità internazionale ‘è chiamata ad intervenire esplorando ogni possibile via diplomatica e prestando attenzione e incoraggiamento anche ai più flebili segni di democrazia o di desiderio di riconciliazione’. La ‘responsabilità di proteggere’ è per l’ordinario militare ‘un principio divenuto ragione delle missioni di pace’.

Durante i funerali un uomo e una donna, familiari delle vittime, hanno dovuto lasciare la prima fila a causa di un lieve malore. Mentre un uomo, nel corso della celebrazione, ha urlato: "Pace subito, pace subito". Subito bloccato dal personale di sicurezza è stato accompagnato all’uscita laterale posta sulla navata sinistra della basilica.

Da una voce tra la folla, all’uscita delle bare dalla chiesa, si è levato un altro grido: ‘Quanti morti ancora?’. E c’è pure chi ha chiesto: "Rimandateli a casa".

Antonio Fortunato, "è morto per portare un aiuto a quella gente, per dare una mano" dicono i commilitoni ricordando il capitano ucciso. "Conosciamo i rischi cui andiamo incontro, sappiamo di non andare a fare una gita. Ero amico di Antonio Fortunato, prestavo servizio nella sua stessa compagnia – dice il tenente Stefano Cozzella, del 186° reggimento – lui ora è morto e io mi sento un po’ in colpa. Sono sicuro che i commilitoni che si trovano in missione saranno ora ancor più motivati per portare avanti il loro compito".

‘Conoscevo Massimiliano – ricorda Marco, un parà della Folgore amico di Massimiliano Randino – ho lavorato con lui a Livorno anni fa. Lo ricordo come un paracadutista e un lavoratore che non si è mai tirato indietro davanti a niente. Sono di Roma e sono venuto qui per dargli l’ultimo saluto’.

‘E’ una tragedia per noi italiani e per tutto il mondo. Sono eroi’ secondo Giuliano, in fila davanti alla basilica, che ha voluto rendere omaggio ai parà indossando una maglietta con la scritta ‘campioni del mondo’. ‘Oggi ho deciso di mettermi questa maglietta bianca con scritto campioni del mondo – spiega all’ADNKRONOS – per rendere così omaggio a questi ragazzi. E’ una tragedia, come lo è stata quella di Nassiriya’.

‘Siamo commossi. Questi ragazzi partono per portare la pace e ci rimettono la vita ma sono più forti loro della guerra’ sono le parole di una signora, tra le lacrime, che spiega così perché ha voluto essere presente. ‘Siamo italiani – ha ribadito – questa mattina abbiamo voluto essere qui’.

‘Siamo qui per solidarietà, siamo fieri di essere italiani’, dice una ragazza, un’altra giovane, Simona, spiega: ‘Stare qui è per chi crede veramente nell’Italia, nella bandiera e nei valori che hanno portato i nostri eroi a Kabul e che li hanno portati a compiere il sacrificio estremo’.

‘Profondamente addolorato per il tragico attentato’ a Kabul si è detto papa Benedetto XVI, esprimendo ‘sentite condoglianze’ ai familiari delle vittime ‘come pure all’intera nazione italiana’ per questo gravissimo lutto in un telegramma inviato dal segretario di Stato Vaticano cardinale Tarcisio Bertone in occasione delle esequie solenni. Il Pontefice si è unito ‘spiritualmente alla celebrazione’ ed ha invocato ‘l’intercessione di Maria Santissima Regina Pacis affinché Dio sostenga quanti si impegnano ogni giorno a costruire nel mondo solidarietà, riconciliazione e pace’. Nel messaggio del Papa un ‘particolare pensiero’ è stato rivolto ai militari feriti.

Le vittime della strage:
Sei militari, tutti del 186esimo Reggimento Paracadutisti Folgore, sono morti in un attentato kamikaze che ha investito due mezzi di scorta ad una colonna di personale diretta all’aeroporto. Altri quattro militari italiani, sempre della Folgore, sono rimasti feriti in modo grave ma non sono in pericolo di vita. I militari uccisi sono 4 caporalmaggiore, un sergente e un tenente.

Si tratta del caporal maggiore della Folgore Matteo Mureddu, 26 anni, di Solarussa, un piccolo paese dell’Oristanese, in forza al 186° Reggimento; del caporal maggiore Massimiliano Randino nato a Pagani (Salerno) nel 1977, in forza al 183° Reggimento; del primo caporal maggiore Davide Ricchiuto, nato a Glarus in Svizzera nel 1983 e in forza al 186° Reggimento; del primo caporal maggiore Giandomenico Pistonami nato ad Orvieto (Perugia) nel 1983, in forza al 186° Reggimento; del sergente maggiore Roberto Valente, 37 anni di Napoli in forza al 187° Reggimento e del tenente Antonio Fortunato nato a Lagonegro (Potenza), nel 1974, in forza al 186° Reggimento. Tra i quattro militari rimasti feriti tre appartengono al 186° Reggimento dell’Esercito e uno all’Aeronautica Militare.

Strage anche di civili –
Morti anche dieci civili afghani, 55 i feriti secondo quanto affermato alla Dpa dal generale Zahir Azimi portavoce del ministero della Difesa afghano. L’esplosione ha distrutto almeno cinque mezzi e provocato danni a diversi edifici. Si tratta del più grave attacco contro le nostre truppe dalla strage di Nassiriya del 12 novembre 2003, in cui morirono 19 italiani.

Secondo quanto afferma lo Stato Maggiore della Difesa, ‘alle ore 12 locali di oggi, le 9,30 in Italia, un convoglio formato da due Vtlm ‘Lince’ del contingente italiano ‘Italfor XX’, mentre stava percorrendo la rotabile dall’aeroporto internazionale di Kaia (International Kabul Airport) al Quartier Generale delle Forze della Coalizione, è rimasto coinvolto nell’esplosione di un autoveicolo bomba’ a circa 300 metri dalla sede dell’ambasciata americana. Il primo blindato è stato completamento distrutto e i cinque componenti sono tutti morti. Danneggiato anche al secondo mezzo dove è deceduto un altro militare e quattro sono rimasti feriti gravemente.

In base alle prime ricostruzioni, due kamikaze a bordo di un veicolo civile imbottito con una dose massiccia di esplosivo (una Toyota bianca secondo quanto ha riferito in Senato il ministro della Difesa Ignazio La Russa) sarebbero riusciti ad infilarsi tra i mezzi prima di esplodere.

L’esplosione –
"E’ avvenuta vicino all’ambasciata statunitense e a circa due chilometri e mezzo di distanza l’abbiamo sentita molto forte", dicono fonti a Kabul contattate da Aki – adnrkonos international. Dopo la deflagrazione nel cielo della capitale, dove testimoni hanno visto una densa colonna di fumo nero, si sono alzati in volo gli elicotteri.

L’attentato è stato rivendicato dai miliziani talebani dell’Afghanistan ed è stato compiuto, hanno riferito fonti dei ribelli ad Al Jazira, da "un eroe dell’emirato islamico, il mujahid Hayatullahper dimostrare che nessuno puo’ considerarsi al sicuro in Afghanistan’.

La Procura della Repubblica di Roma ha intanto aperto un fascicolo. Il procuratore aggiunto Pietro Saviotti ha delegato ai Ros dei carabinieri gli accertamenti e le indagini sulla strage avvenuta oggi a Kabul. La magistratura della capitale, che indaga per il reato di strage a fini di terrorismo, si è affidata ancora una volta agli investigatori del Ros, che da tempo hanno acquisito sul campo una notevole esperienza indagando sui maggiori fatti di sangue avvenuti in Afghanistan e in altri teatri operativi.

Il cordoglio a Nordest –
Il cordoglio di Lorenzo Dellai: "Un altro sacrificio da parte dei nostri soldati – ha detto Dellai dopo avere appreso la notizia dell’attentato -, un nuovo, altissimo prezzo da pagare per una missione i cui scopi sono chiari e condivisibili: pacificare quel paese lacerato, consolidare il processo di democratizzazione, aiutare la popolazione civile a condurre una vita normale. In questo momento di dolore il nostro pensiero va innanzitutto ai familiari delle vittime, a cui ci stringiamo; esso inoltre va ai nostri feriti, che ci auguriamo possano tornare presto a casa, e infine a tutto il popolo afghano, ostaggio di questa violenza cieca e insensata. Siamo tutti uniti nel medesimo dolore e nel medesimo desiderio di pace, sicurezza, libertà."

Il Consiglio provinciale trentino ha sospeso i lavori in segno di lutto e si è unito così "al cordoglio e allo sgomento di un intero Paese di fronte al grave attentato di Kabul, in cui hanno perso la vita sei militari italiani". La comunicazione è stata data a fine mattinata dal presidente del Consiglio provinciale, Giovanni Kessler, dopo che i capigruppo unanimemente hanno suggerito di esprimere "un atto forte di solidarietà e vicinanza alle famiglie dei caduti e ai militari impegnati in missioni di pace".

"Quando ho appreso la tragica e dolorosa notizia delle morte di nostri soldati a Kabul – ha affermato Giancarlo Galan – sono stato preso da sentimenti contrastanti tra loro. Da una parte c’è lo strazio per la morte di soldati italiani, sì, di soldati figli di un Paese che l’Europa e il resto del mondo debbono rispettare sempre e ovunque; dall’altra ho provato nausea e rifiuto per un modo di essere della politica non degno di chi perde la vita per difendere le nostre libertà.  Tutto il Veneto esprime cordoglio e dolore per i nostri caduti. Caduti di una guerra che deve essere vinta se ha un senso piangere per questi nostri morti".

La riflessione del Forum per la Pace trentino – "Nel momento dell’espressione del cordoglio verso le vittime dell’attentato nella capitale afgana e dello stringersi nell’abbraccio ai loro cari, –  scrive Michele Nardelli (presidente del Forum trentino per la Pace) –  corre l’obbligo di una riflessione pacata e serena. Ognuna delle sei vite spezzate è una storia irripetibile che s’infrange nella violenza di un attentato, simile a mille altri che in questi anni hanno insanguinato l’Afghanistan. Che ci colpisce forse più da vicino perché le vittime sono sei giovani italiani, ma non per questo diverse dai numerosi morti fra la popolazione civile in questo attentato come nella guerra in corso in quel martoriato paese, stretto fra la morsa di un terrorismo che non esita nemmeno di fronte alla vita di bambini inermi e di un’occupazione militare che – al di là delle intenzioni – non ha portato la pace, né ha sconfitto il terrorismo.

Nei soli primi cinque mesi del 2009 sono morti in Afghanistan non meno di 800 civili, il 24% in più nello stesso periodo dello scorso anno. E da maggio, con l’approssimarsi delle elezioni svoltesi nel mese di agosto, è stata una escalation impressionante di attentati e bombardamenti che hanno mietuto vittime soprattutto fra la popolazione civile. I rapporti delle Nazioni Unite indicano che il 55% delle morti sono da attribuire alla responsabilità dei Talebani e il 33% alle forze di sicurezza afgane e internazionali.

Così sono le “nuove guerre”: soldati che muoiono in nome di una causa pensata nobile, civili inermi ammazzati nelle loro case bombardate come possibili obiettivi sensibili o colpevoli di trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato, interessi strategici di grandi potenze, neofeudatari nei panni di signori della guerra, traffici criminali di ogni tipo, storie da cancellare tanto che fra gli obiettivi delle distruzioni sempre più spesso ci sono le biblioteche e i musei nazionali, città assediate perché simbolo di cosmopolitismi e meticciati che si vorrebbe cancellare.
Anche quella che si combatte in Afghanistan dal 2001 è una “nuova guerra”, dove ritroviamo tutti questi aspetti in un mix accresciuto dalle caratteristiche di una terra ostile ad ogni forma di occupazione e dove gli occupanti si sono incagliati, compresi gli eserciti più agguerriti del mondo.

Immagino che in queste ore si riaprirà il confronto sul ritiro del contingente militare italiano. Che questo avvenga in seguito alla morte di questi giovani ragazzi ci racconta di una politica sempre più ridotta ad inseguire gli avvenimenti. Ciò nonostante, è bene che se ne discuta. Per mettere da parte l’ipocrisia di un corpo di pace sbattuto in un campo di battaglia che non conosce regole. Per compiere un doveroso bilancio di questi anni, per descrivere la realtà di un paese oggi più lacerato di ieri, come le stesse elezioni hanno mostrato. E per definire una “strategia di uscita”, nella responsabilità che ci viene dal non lasciare di punto in bianco un paese al proprio destino dopo averci messo mano in modo maldestro. Del resto, ci stanno pensando anche alla Casa Bianca, perché mai non dovremo ragionarci in Italia?

Ma l’exit strategy, paradossalmente, non comporta meno ma più impegno. Certo solo in piccola parte militare, mettendo in campo una straordinaria mobilitazione civile per la ricostruzione di un paese profondamente segnato da mezzo secolo di guerra praticamente senza soluzione di continuità, dando vita ad un processo di riconciliazione in grado di far dialogare tutte le parti, anche quelle più ostili alla coalizione internazionale, senza le quali non ci sarà vera pace. Una scelta costosa, dura e difficile, ma ineludibile, se vogliamo che il paese degli albicocchi possa un giorno tornare a sorridere e ad accogliere quanti vorranno, in pace, ripercorrere le vie della seta".

Categories: NordEst
Redazione:
Related Post